Prada, il made in Italy ripensa alla Borsa Ma quella di Hong Kong

Il gruppo Prada valuta la quotazione in Borsa ad Hong Kong entro il primo semestre del prossimo anno. Dopo quattro tentativi andati a vuoto nell’arco degli ultimi 10 anni per circostanze sfavorevoli sul mercato, secondo l’agenzia Bloomberg il momento più opportuno potrebbe ormai essere dietro l'angolo. Non di casa propria però, perché a dispetto di una tradizione e sviluppo iniziate 97 anni fa nel celebre negozio in Galleria nel centro di Milano a meno di 200 metri da Piazza Affari, la scelta potrebbe ricadere sul listino cinese o su altri internazionali. Dalla maison di moda assicurano che nessuna decisione è ancora stata presa e che si stanno compiendo le valutazioni del caso anche per altre potenziali Borse come Londra, New York o la stessa Borsa Italiana. In parole povere, la società sta valutando la migliore opportunità finanziaria. Fatta questa premessa diventa facile indicare nell’ex protettorato britannico la candidata ideale. Numeri alla mano, Hong Kong vanta requisiti perfetti. Nel primo semestre dell’anno è stata tra le piazze più attive al mondo ospitando 33 debutti per un totale di quasi 30 miliardi di dollari raccolti, contro le 4 di Milano e circa 50 milioni raccolti complessivamente.
Certamente sono le contingenze a dettare le priorità. Il gruppo dovrebbe sfiorare a fine anno i 2 miliardi di fatturato con un ebitda (margine operativo lordo) tra i 450 e i 500 milioni, grazie soprattutto alla forte spinta delle vendite proprio in Asia. Nelle stime dei manager, poi, nel 2014 i ricavi dovrebbero raddoppiare rispetto agli 1,5 miliardi del 2009. A fronte di questi risultati positivi restano le incognite sul debito. A fine aprile il passivo di Prada spa, causato dalle costose acquisizioni, era di 465 milioni circa, cui si aggiungono altri 630 milioni della holding di controllo.
Dallo scorso anno il peso dei banchieri nel cda s’è arricchito di Gianfranco Mattei, responsabile proprio del comitato per la quotazione, che s’affianca ai rappresentanti di Intesa (azionista al 5%) e Unicredit da sempre vicini alla maison. Finora gli istituti hanno fatto slittare le scadenze dei debiti, ma in un periodo in cui ogni rafforzamento patrimoniale è ben accetto, battere cassa alla prima buona occasione non farebbe male. In quest’ottica ad Hong kong gli esperti stimano che si potrebbero raccogliere subito fino a 5-6 miliardi, contro i 4 precedentemente indicati. E davanti a queste cifre sembra che in molti ai vertici del gruppo vogliano mettere da parte lo stile, legato alle ragioni territoriali, per un immediato tornaconto.