Prada, Trussardi, Zegna La moda riporta Milano tra le capitali dell'arte

Inaugurazione di nuovi spazi, grandi mostre e poetiche diverse I privati sono protagonisti

È grigio il colore dominante della nuova Fondazione Prada, presentata ieri alla stampa. L'architetto Rem Koohlas, responsabile del progetto e inseparabile partner della stilista milanese, ha lavorato sul mix tra materiali caldi, il mosaico in legno della pavimentazione, i marmi, e respiro industriale, la schiuma di alluminio e il cemento a vista. Uno spazio inedito, giocato sui volumi e le dimensioni, pensato come un contenitore d'arte facilmente modificabile, che segna un ulteriore sviluppo estetico nel percorso del grande architetto olandese.

Quando un luogo si prende la responsabilità di essere il centro della notizia, vale ancora una volta la regola che il contenitore finisca per prevalere sul contenuto: non che le opere non siano altrettanto importanti, però buona parte dell'attenzione si concentra sul peso specifico dell'edificio, sorto su un'ex distilleria in largo Isarco a Milano. La nuova Fondazione Prada è un segno ulteriore del necessario e indissolubile rapporto tra arte e moda, l'unico settore ormai rimasto in grado di mettere in pista investimenti importanti, paragonabili a quelli delle grandi collezioni internazionali. Nella stessa giornata di Prada anche Zegna presenta un progetto, seppur molto diverso e tutto giocato sul tono della leggerezza: una performance tra arte e cucina (con la coppia di artisti Lucy e Jorge Orta e lo chef Davide Oldani) nel quartier generale in via Savona, chiaramente ispirata al tema dell'Expo. Si intitola Fabulae Naturae , non solo una mostra ma un'esperienza che riflette sul cibo come fonte di energia, di gusto e di convivialità. Fabulae Naturae produce inoltre 500 piatti in edizione limitata in porcellana Limoges, realizzata in collaborazione con il Fai per la riqualificazione di un borgo nelle Cinque Terre. Un'altra poetica decisamente rispetto a Prada, giocata da un parte sull'effimero, dall'altra sul valore sociale dell'arte in difesa della bellezza.

Il terzo evento espositivo che coinvolgerà la moda accanto all'arte è fissato per la fine di agosto ed è voluto dalla Fondazione Trussardi. La mostra La grande madre , curata da Massimiliano Gioni, verrà allestita a Palazzo Reale. Ampliando il concetto già espresso nella sua Biennale del 2013, dove non solo il contemporaneo più stretto entrava a far parte del dibattito attuale, il curatore mette in scena un percorso che contempla tutto il '900 con i grandi protagonisti quali Dalí, Man Ray, Frida Kahlo e soprattutto quelle artiste che hanno aiutato a diffondere il messaggio dell'arte al femminile. Rispetto ad altre incursioni recenti, in cui Trussardi ha contribuito a riportare alla luce spazi semi sommersi a Milano, ora si registra l'approdo alla sede istituzionale per eccellenza accanto al Duomo, e si prevede infatti un afflusso di pubblico davvero significativo grazie anche al reperimento di opere molto importanti.

Tornando all'evento del giorno, poiché sempre più l'arte risulta un cortocircuito tra presente e passato, tra storia e attualità, la mostra centrale è stata affidata a Salvatore Settis, il più polemico dei nostri storici d'arte, poco propenso all'intervento del privato nella gestione dei Beni culturali eppure a suo agio in questa operazione che avrà tra pochi giorni un secondo tempo a Venezia, nella sede di Ca' Corner de la Regina. La mostra, Serial Classic (dal 9 maggio al 24 agosto), parte da un assunto piuttosto interessante: non è il Novecento, epoca della riproducibilità tecnica, a inventare il concetto di arte moltiplicata. Ciò che noi sappiamo della statuaria greca ci deriva in buona parte delle copie d'età romana e questo fenomeno ha favorito la diffusione di immagini che sono diventate archetipi. Del Discobolo e della Venere accovacciata esiste un numero infinito di variazioni e di multipli che sembrano giustificare il fenomeno di appropriazione da parte di culture di altre epoche e di raggiungimento della fama da parte di immagini divenute vere e proprie icone anche nella nostra contemporaneità.

È una mostra sofisticata, non immediatamente leggibile, però gradevole, aiutata da un allestimento che ci permette di girare tra le opere classiche e guardarle da vicino. Il nostro occhio è però necessariamente attratto dal presente e, più che dalla riflessione sulla statuaria antica, si fa sedurre dalla collezione imponente di Prada, capace negli anni di comprare le cose giuste al momento giusto. Tra le centinaia di opere esposte spiccano diversi lavori di Pino Pascali, la fantasmagorica installazione di Thomas Demand, la personale di Robert Gober nella torretta in oro che sarà visitabile solo su prenotazione, le automobili d'artista parcheggiate nel deposito (Sarah Lucas, Walter De Maria, Carsten Holler e altri), una buona selezione di pittura italiana, da Vedova a Schifano, da Dorazio a Manzoni. Poi c'è il cinema su cui è intervenuto Roman Polanski, ulteriore tocco glamour. Certo è che le operazioni moda-arte promuovono Milano a livello di grande capitale europea. Un traguardo che poteva sembrare irraggiungibile fino a pochi mesi fa e oggi è elemento tangibile, segnale potente per tutto il nostro paese, iniezione di fiducia, vitamina contro lo scetticismo.