Praga, 40 anni fa Jan Palach martire contro il comunismo

Quarant'anni fa Jan Palach si bruciava in piazza Venceslao contro la dittatura comunista. Oggi lo ricordano tutti e anche i sessantottini fanno marcia indietro riconoscendolo come simbolo di libertà

Milano - Oggi Jan Palach è un simbolo. Come l’anonimo ragazzo di Piazza Tienanmen, immortalato solo con la sua carne umana contro l’acciaio dei carri armati, incarnazioni moderne della parabola di Davide e Golia. Ma per anni è stato solo un fantasma. Palach avrebbe sessantuno anni. Allora studiava filosofia ed era rimasto affascinato dalle idee di libertà circolate nella breve primavera di Praga. Poi l'invasione dell’Unione Sovietica e dei paesi del Patto di Varsavia, la repressione, i militari in città, la censura e la fine della primavera liberale, ghiacciata dall’inverno comunista. In quel momento finisce anche la giovinezza di molti ragazzi che avevano creduto in quel processo di democratizzazione e destalinizzazione.

Tre giorni di agonia per la libertà Il 16 gennaio Palach esce di casa e va in piazza Venceslao, sulle scalinate del Museo Nazionale. Pieno centro di Praga. Si cosparge il corpo di benzina e si dà fuoco con un accendino. Come i buddisti del Vietnam, disse ai medici nei tre giorni di lucida agonia che precedettero la sua morte. Rifiutò ogni sedativo per poter spiegare ai medici il perchè del suo martirio. Il 25 gennaio seicentomila persone provenienti da tutto il paese celebrarono la morte dello studente eroe.

Da Guccini alla Compagnia dell'Anello Per molti la morte di Palach è stata un simbolo, quasi carbonaro, della lotta contro il comunismo e la dittatura. Per trent’anni l’oblio della memoria. Qualche libro spacciato clandestinamente e un culto ormeggiato negli ambienti di destra. “E’ morto sotto i carri armati il futuro che avete sognato, nella gola vi hanno cacciato le grida di un corpo straziato. Quanti fiori sul selciato, quante lacrime avete versato”, cantavano i “destri” della Compagnia dell’Anello. Ma anche Francesco Guccini rendeva già omaggio nella sua "Primavera di Praga" a quel ragazzo che bruciva di nuovo sul rogo come Jan Hus, il teologo boemo bruciato sul rogo nel quindicesimo secolo.

Nel 1990 la lapide
Ma dovrà ancora implodere il comunismo e cadere il muro di Berlino perché, nel 1990, il presidente Václav Havel gli dedichi una lapide per commemorare il suo sacrificio in nome della libertà. Ora riposa in piazza Venceslao vicino all’ amico Jan Zajic, anche lui morto bruciato contro la dittaura, omaggiato da passanti, turisti e persino scolaresche, che si fermano per ripassare una lezione di libertà ancora attuale.

Marcia indietro del '68: Capanna a Praga Un mito, quello di Palach, che non ha avuto il tempo di essere trasferito su magliette e bandiere. Un Che Guevara al contrario. Cresciuto col passaparola, tenuto nel cassetto a invecchiare, meditato a lungo. Da sfogliare solo dopo aver letto le necessarie avvertenze. Troppo anticomunista per essere elevato al pantheon rivoluzionario, troppo eroico per essere preso a modello. Oggi strade e circoli studenteschi in tutto il mondo portano il suo nome. Persino Mario Capanna, leader storico del Movimento Studentesco, ha voluto presenziare al quarantesimo anniversario del sacrificio di Jan, "il suo insegnamento- ha detto - è che la libertà è fondamentale". Anche lui sessantottino, anche lui rivoluzionario ma di una battaglia un po’ diversa.