Prandelli, l’ex ribelle che ha domato Firenze

Da bambino scappò di casa, oggi vive un periodo d’oro: «Ma il 3° posto è sopra le righe»

Tony Damascelli

Era dai tempi belli che non vedeva il suo nome e cognome ogni giorno sui giornali. E nemmeno allora. I tempi belli avevano coinciso con tre scudetti, una coppa dei Campioni, una coppa delle Coppe e una coppa Italia, roba grande per uno che fino a ieri sembrava piccolo. Claudio Cesare Prandelli da Orzinuovi, a sette chilometri da San Paolo. Che c’entra San Paolo? Che c’entrano i sette chilometri? Che c’entra il piccolo Cesare?
«Avevo sei anni e i miei genitori mi mandavano in vacanza, insieme con mia sorellina Mina, a San Paolo da zio Italo e zia Marina. Lo zio ci coccolava, zia Marina invece era una furia con la Mina, le ordinava di mangiare tutta la minestra e io, per non far piangere mia sorella, ero costretto a finire il piatto. Un giorno la zia andò a fare la spesa con la Mina, dissi a mio cugino Gian Lorenzo di tenersi pronto, riempimmo una valigia e scappammo verso casa, da mio padre. La strada era un rettilineo con qualche curva, ogni tanto passava un’automobile, Lorenzo e io ci buttavamo nel fosso per non farci vedere. Ci beccarono ma dissi a mio padre di andare a San Paolo, di prendere la Mina e di riportarla a casa».
Ecco Claudio Cesare Prandelli, ex ribelle, oggi allenatore serio e dolce: «Fino a diciassette anni fu vita aspra, poi morì mio padre e mi ritrovai a tenere famiglia, mamma e due sorelline. Maturai, per forza. Con la Cremonese guadagnavo cinquantamila lire al mese, un tesoro».
Oggi, la Fiorentina, lo scudetto...
«Per favore, non esiste al mondo. Fino a due mesi fa nessuno avrebbe speso una parola per noi, un eventuale terzo posto sarebbe stato straordinario. Le cose stanno proprio così, altrimenti sarebbe tutto normale ma normale non è».
Che cosa è normale?
«Nel calcio di oggi la normalità spaventa, bisogna essere personaggi, sparare qualche frase ad effetto, spacciare football. Nel calcio mio è lavorare con impegno, ritrovare il valore dello sport».
Prandelli da calciatore era questo.
«Forse sarei più utile oggi, ai miei tempi il mediano doveva controllare la mezzala, stop. Oggi c’è più spazio, non soltanto per la tecnica».
Che a lei non mancava
«Ma non picchiavo».
C’è qualche suo clone in giro?
«Nella Fiorentina sì. Vi dico di Vryzas. È un campione d’Europa, ha una serenità e una professionalità straordinarie, mi dispiace mandarlo in tribuna ma ho altre tre punte, Toni, Pazzini e Bojinov».
Dicono che Bojinov abbia la testa calda.
«Le teste calde si calmano, si rinfrescano. Bojinov ha grandissimo talento, come Pazzini, ma qualcuno deve anche capire che ho tre attaccanti simili. Si devono aiutare».
Torino, Bergamo, Verona, Venezia, Parma, Roma, sono state stazioni importanti.
«Sei anni a Torino, nella Juve di Boniperti, mi hanno segnato, come hanno segnato tutti gli altri bianconeri. A Bergamo ho trovato la stessa determinazione nella famiglia Bortolotti, a Verona un eccellente dirigente in Pastorello, a Venezia era difficile dialogare con un presidente che viveva a seicento chilometri di distanza, a Parma una società vigile, a Roma ho vissuto troppo poco per giudicare. Posso dire che quando c’è unità di intenti, squadra, società, gruppo allora si ottiene il risultato».
Come a Milano o Torino?
«Non solo. Pensate alla Roma di Capello o all’Udinese, l’anno scorso seppe gestire il caso Pizarro arrivando alla Champions league. Gestire trenta calciatori è davvero impossibile se non hai le spalle forti e protette».
E a Firenze?
«I Della Valle sono su questa linea, mi si è aperto il cuore quando ho appreso il loro progetto, i valori cui si ispirano, con loro non ho mai parlato di tattica o di mercato».
Lo farà a gennaio.
«Vediamo, forse, chissà».
Dicono che abbia già ricevuto qualche offerta.
«Ho un’opzione per il prossimo anno. Per me conta la parola data, l’ho già detto: questo è il mio valore».
Basta la parola. Altrimenti si torna a casa, con il cugino Lorenzo a ritrovare la Mina.