Prc, cartellino giallo a Rutelli: «Si scordi le liberalizzazioni»

Il ministro Ferrero: «Con la fase due bisognerà aumentare contributi e pensioni per i precari». Giordano: smettiamola di ascoltare Confindustria

da Roma

Rifondazione riparte dai «Sud d’Italia», annuncia il capogruppo dei deputati, Gennaro Migliore. Ed è chiaro che tempo per tirare fiato, dopo la Finanziaria, non ce ne sarà: il partito, in questa fase «alleato di ferro» del premier Prodi, si prepara già alla «fase due» con una manifestazione oggi a Napoli dal titolo significativo: «Stop camorra, stop precarietà».
Ridare slancio al governo e caratterizzarne l’attività fin dai primi mesi dell’anno nuovo. «Tra gennaio e marzo si apre una partita decisiva da cui dipenderà l’identità sociale del prossimo governo», spiega il segretario Franco Giordano. La battaglia sarà su temi capaci di mettere nuovamente alle strette la coalizione, «ma chi penserà di brandire la spada per tagli su pensioni e liberalizzazioni si sbaglia», aggiunge il segretario. E il ministro Paolo Ferrero incalza: «Quando sento qualche esponente della maggioranza, tipo Rutelli, che per fase due intende la fase delle liberalizzazioni, penso sia completamente fuori bersaglio. La fase due non sono le liberalizzazioni, bensì mettere mano alle pensioni, agli stipendi, alla precarietà del lavoro».
Al primo posto, nell’agenda di Prc, c’è l’abolizione dello scalone di Maroni e l’aumento delle pensioni a partire dai minimi. «Quindi bisognerà trovare delle forme di copertura previdenziale ai lavoratori precari - aggiungono sia Ferrero che Migliore -, perché altrimenti si prepara una generazione che a 40 anni sarà povera». Se Prc è pronta «alla sfida e al compromesso», non per questo accetterà i diktat di un nascente partito democratico che «subisce il programma di Montezemolo e soci». Si sarà presto di fronte al bivio, drammatizza Giordano: «O ascoltiamo la Confindustria o il popolo dell’Unione». Per questo Prc «lancerà una ripresa dell’iniziativa sociale»: ancora una volta proponendosi di valorizzare il rapporto con i movimenti, essendo la «mobilitazione democratica il valore aggiunto di questo esecutivo». Una strada che finisce per incrociarsi, non sempre in maniera facile, con quella del sindacato. La contrapposizione dura di Epifani nei confronti della minoranza di sinistra della Cgil, che fa capo alla Fiom, «è una distanza dalla politica, all’interno di una visione istituzionale», dice Giordano, ritenendola «una risposta sbagliata, che non ti fa vedere le trasformazioni del mondo del lavoro...». Insomma, nel rispetto dei ruoli, un altolà a Epifani: non finisca sottomesso a un profilo di governo riformista filo-Confindustria. Il problema vero del Sud, aggiunge Giordano, è «uscire dalla logica del taglio del lavoro e dal costo di produzione». Una ricetta che vale per l’intero Paese, perché occorre una nuova «politica di programmazione», con investimenti pubblici «a redditività differita», specie nel campo delle energie alternative, «così da evitare che il Paese sia confinato in logiche marginali: dobbiamo investire su un’alternativa di sviluppo fondata sull’innovazione di prodotto e di processo».