Il Prc litiga su tutto ma si unisce contro Di Pietro

Vendola e Ferrero, giovani e vecchi, borghesi e no global: è scontro per la successione a Bertinotti alla guida del Prc. Con un nemico comune: "Non lasceremo l'opposizione all'Idv"

nostro inviato a Chianciano (Siena)

E il secondo giorno, il dio della politica sembrò volersi riposare. Almeno un po’, estinguendo il sacro fuoco congressuale con un sorso d’acqua sulfurea di Chianciano. Del genere: non crediamo ai miracoli, ma se funzionasse... Così i delegati di Rifondazione comunista riuniti a congresso nella cittadina termale si godono il sole o il fresco degli alberi, mescolandosi ai pensionati armati di bicchiere.
Dentro, in sala, dove ieri alle 10 è risuonata la fatidica frase: «Compagni, è aperto il dibattito», c’è meno pubblico rispetto al primo giorno. È vero, a sostegno della candidatura di Nichi Vendola prende la parola anche uno di spicco come l’ex segretario Franco Giordano, d’accordo almeno su un punto con il capo corrente avversario Paolo Ferrero. Ovvero la presa di distanza da Antonio Di Pietro. «Non possiamo affidargli l’opposizione. Non scherziamo! Non possiamo essere subalterni alle sue posizioni giustizialiste», si sgola Giordano sferrando un pugno sul palco. Seguono un lungo applauso e un commosso abbraccio di Bertinotti. Senza dimenticare anche l’altro dogma condiviso: l’antiberlusconismo. Così Ferrero parla di «un governo di destra che toglie i soldi e la casa al popolo», mentre Vendola propone di ricorrere alla Consulta contro «lo stato di emergenza nella questione immigrati, che è un pezzo di fascismo».
Ma il grosso degli interventi è dei peones, compagni più o meno anonimi che nella falce e martello ci credono. Come Francesco Vappoli, che grida il suo «basta agli “illuminati” che nelle alte stanze del partito credono di poter fare il bello e il cattivo tempo. E che sono presenti in tutte e cinque le mozioni». O come Gianni Favaro per il quale «è stata la paura a far vincere la destra. La paura della gente, ma la nostra paura di scomparire, di perdere l’identità. Paura che dobbiamo sconfiggere iniziando a non avere paura di noi», scongiura il delegato riferendosi alle «tifoserie» che dilaniano il partito. O come Patrizia Sentinelli, che dopo essere stata fischiata ha attaccato l’assemblea: «Qui c’è un’arena, non una discussione politica».
Parole al vento. Perché mentre in strada sfreccia un’utilitaria che diffonde le note di Bandiera rossa e dell’Internazionale, quasi a voler richiamare all’ordine i meno disciplinati intenti nello struscio tra le vetrine di souvenir, molti delegati restano fuori dal Palamontepaschi. La scusa è una sigaretta. Ma a ben guardare (e a origliare), più che fili di fumo a intrecciarsi sono proprio le grandi manovre tra le tante correnti - e ti vien da ridere - che si contendono il controllo di un partito oggi minuscolo, quasi un embrione della politica dopo anni in cui era riuscito a crescere, mettendo su anche discreti muscoli.
Così assisti al formarsi, allo sciogliersi e al riformarsi di estemporanei capannelli da cui puoi rubare le stesse parole: «accordo», «voti», «contiamoci». E osservi i singoli che deambulano isolati, con una mano agitata nell’aria e l’altra a coprire la bocca incollata al cellulare. Non a caso ieri correva voce di un tentativo di accordo notturno tra gli «illuminati».
E non sono solo le correnti a dividere le truppe dell’ex subcomandante Fausto. Lo fa anche l’anagrafe, linea di demarcazione tra quelli che sono negli «enta» e quelli che hanno passato gli «anta». I secondi più impegnati a tramare, i primi diligentemente dentro ad ascoltare. I secondi al bar, i primi a leggersi il fascicolo dei documenti congressuali, 48 pagine tutto testo, tipo vecchia Pravda, una cosina leggera come la Corazzata Potemkin. I primi in panni borghesi, i secondi con le magliette no global. Come quelle che produce e vende - «tutte a 10 euro» - il pescarese Gianpaolo Bernardini, contitolare della Agitprop. C’è il modello «Bella Ciao», scritta con i caratteri della Coca Cola; quella con la silhouette dell’operaio bolscevico che solleva il maglio sul marchio Mediaset all’urlo «Distruggi il Biscione»; o ancora quella con le parole «Comunismo, red passion», che riprende lo slogan Campari. «Noi ci siamo dall’inizio, dal 1988, con il movimento della Pantera - rivendica il compagno imprenditore - e siamo tra i pochi coerenti in Italia. Gli altri vendono il sacro e il profano, oggi qui e domani alla festa di An. Ma che tristezza, il popolo della sinistra non sembra capire nemmeno questo!».