Prc: manovra da 24 miliardi o tutti in piazza

Antonio Signorini

da Roma

Non 35, ma neppure 30. E anche le indiscrezioni su 27 miliardi di euro vanno corrette perché la cifra è eccessiva. La finanziaria 2007, tra correzione del deficit e finanziamento di misure per lo sviluppo, potrebbe essere limitata a 24 miliardi. Undici in meno rispetto all’entità messa nero su bianco dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa nel Dpef di luglio. La richiesta viene da Rifondazione comunista attraverso una stima di Andrea Ricci, responsabile economia del partito, poi ripresa dal segretario Franco Giordano. Basterebbe, insomma, una correzione netta di 10 miliardi e altri 14 per finanziare il taglio del cuneo fiscale e le altre misure di spesa. Quella del Prc non è pretattica in vista del varo della finanziaria, magari per ottenere - come vorrebbe il partito di Fausto Bertinotti - una riduzione dei tagli e un inasprimento della pressione fiscale. Rifondazione, insomma, fa sul serio: «Se non otterremo in Consiglio dei ministri quanto chiediamo, quanto chiede il popolo dell’Unione - ha avvertito Giordano - terremo aperta la partita durante tutto l’iter parlamentare, dove l’influenza della mobilitazione sociale si farà sentire». La stessa cosa l’aveva spiegata martedì il ministro alla Solidarietà sociale Paolo Ferrero. L’aver dato battaglia sul programma non è stato sufficiente e ora per il terzo partito della maggioranza si apre una fase di battaglie da fare di volta in volta. Magari, e questo lo ha aggiunto oggi Giordano, con l’aiuto della piazza.
A motivare l’ulteriore riduzione dell’entità della manovra sono i dati positivi sul Pil e l’aumento delle entrate che ieri il ministero dell’Economia ha ufficializzato in circa dieci miliardi di euro in più nell’anno in corso. E che avranno ricadute positive anche nel 2007. Ma di quei miliardi solo la metà sono strutturali, ha sottolineato il relatore Francesco Piro (Ulivo) proprio nel tentativo di tenere a bada il partito della spesa. Oltrettutto, questa la tesi del Tesoro, il Documento di programmazione economica e finanziaria già teneva conto dell’aumento delle entrate. Quindi, ha concluso Michele Ventura, capogruppo dell’Ulivo in commissione Bilancio della Camera, bisogna «mantenere l’entità della manovra».
Il braccio di ferro sui 30 miliardi, insomma, non è finito con la vittoria di via XX settembre, come sembrava. E per un fronte che non si chiude, ce n’è un altro che si apre. Ed è quello sulle politiche per la famiglia. Per la precisione sul quoziente familiare, proposta di riforma fiscale da sempre nel cuore dei cattolici in politica, oltre che una misura applicata secondo diverse modalità in diversi paesi europei. Consiste - nella versione più pura - nel dividere l’imponibile di famiglie monoreddito per il numero dei componenti. Il viceministro all’Economia Vincenzo Visco - autore di tutte le scelte in materia fiscale del governo - ha bocciato la proposta, ma non per il motivo che ne ha impedito fino ad oggi l’adozione. E cioè il costo eccessivo. L’introduzione del quoziente è una «soluzione del tutto sbagliata perché serve alle famiglie ricche e con uno dei coniugi che non lavora», ha spiegato l’esponente Ds in un’intervista a Famiglia Cristiana. «Il problema - ha aggiunto - sono i figli. Se uno ha la moglie casalinga perché è ricco e la signora va in palestra a divertirsi non vedo alcun motivo per dimezzare il reddito tra i due coniugi. Il problema è fare una politica per la famiglia. Il quoziente ha lo stesso effetto distributivo dell’aliquota unica di Tremonti, perché abbatte l'aliquota dei più ricchi». Visco dice sì, invece, alla tassa di successione «ma solo per i grandi patrimoni». L’uscita di Visco ha raccolto le proteste dei politici cattolici. Per Riccardo Pedrizzi di An, il viceministro «dimostra di confondere le politiche di lotta alla povertà e quelle di promozione della famiglia». Nel governo Prodi «non c’è attenzione alla famiglia», ha affermato la portavoce del coordinamento di Forza Italia Elisabetta Gardini. Senza contare il balletto di cifre sull’entità della manovra. Uno «spettacolo indecente» che secondo il senatore azzurro Maurizio Sacconi, «si traduce in insicurezza per i lavoratori e per le imprese».