Un precario su tre è al Sud e lavora meno di un dipendente

Milano. I lavoratori atipici in italia sono poco più di 2,8 milioni, pari al 12% del totale degli occupati in Italia. A rivelarlo è uno studio condotto dalla Cgia di Mestre. Nella ricerca condotta dall’associazione di artigiani sono state individuate tre forme di lavoro flessibile: dipendenti a tempo determinato (che include anche gli ex lavoratori interinali), lavoratori assunti con collaborazioni coordinate e continuative a progetto (gli ex co.co.co) e prestatori d’opera occasionali. Dal 2004 al settembre scorso, secondo la ricerca dell’associazione, i precari sono aumentati del 16,9%: cinque volte di più dell’incremento registrato dai lavoratori dipendenti a tempo indeterminato (cresciuti nello stesso periodo del 3,1%).
Un precario su tre abita al Sud. Gli atipici nel Mezzogiorno sono infatti 940.400, pari al 33,4% del totale nazionale. Un dato che Giuseppe Bortolussi, presidente della Cgia, spiega così. «La maggior presenza di precari al Sud è legata al fatto che in quell’area sono più diffuse che altrove le attività stagionali che per loro natura richiedono contratti a tempo determinato come l’agricoltura, il turismo, la ristorazione e il settore alberghiero. Non va nemmeno dimenticato - sottolinea - che una buona parte di questi precari sono assunti nel pubblico che nel Mezzogiorno continua ad essere un serbatoio occupazionale ancora molto significativo».
Nel Nordovest gli atipici sono 692.600 (pari al 24,6% del totale), nel Centro 606.000 (21,5%) e nel Nordest 573.700 (20,4%). La ricerca si è anche soffermata sull’orario medio settimanale di alcune di queste figure lavorative. Secondo l’indagine un co.co.pro. mediamente ogni settimana lavora 31 ore, un prestatore d’opera occasionale è occupato per 23, contro una media settimanale di un operaio assunto a tempo indeterminato pari a 37 e di un impiegato sempre con il posto fisso pari a 35. «La cosa interessante - conclude Bortolussi - è che tra gli impiegati e gli operai con un posto di lavoro stabile oltre il 50%, cioè 7.669.000 occupati su un totale di 15.181.000, lavora effettivamente più di 40 ore settimanali contro una media delle due categorie messe assieme pari a 36. Almeno in linea teorica ci sono le condizioni, per alcuni settori produttivi, di ragionare sull’ipotesi di introdurre la settimana corta in funzione anti-crisi», come proposto nei giorni scorsi da ambienti governativi.
«È colpa del governo - ha detto l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano - che ha cancellato la normativa del governo Prodi sulla precarietà nel pubblico impiego. Bisogna intervenire rapidamente per invertire la rotta a vantaggio del lavoro a tempo indeterminato».