LA PRECISAZIONE

Caro Direttore,
l’articolo a firma comparso il 24/12/07 sul quotidiano da lei diretto, travisa il senso e lo spirito delle mie dichiarazioni. Già nel titolo contiene una contraddizione in termini: autocritica vuol dire critica di se stesso e delle proprie azioni (Garzanti). È evidente che non posso aver fatto autocritica per una condotta che non può essermi attribuita per il semplice fatto che, come del resto risulta dal corpo dell’articolo, nel 2002 reggevo un’altra Procura della Repubblica.
Ne deriva che il termine usato, depurato dell’«auto», non può che leggersi come critica nei confronti di chi si è occupato della vicenda. Che è proprio il contrario di quanto ho rappresentato al suo giornalista alla cui richiesta di colloquio ho ritenuto di aderire al solo fine di chiarire come erano andate le cose. Spiegandogli che il prestito risultava dalla contabilità della HIT Immobiliare S.p.A. e non da quella della Parmalat per cui, di fronte al riscontro negativo, era apparso all’organo tecnico incaricato delle indagini come un artificio contabile finalizzato all’evasione fiscale, per la quale i legali rappresentanti della HIT furono denunziati per il reato di cui all’art. 4 Legge 74/2000.
La posizione della HIT è stata poi definita per gli anni 1997–1998–1999– 2001 con definizione automatica ai sensi dall’art. 9 L.289/2002 (condono fiscale), come comunicato dall’Agenzia delle Entrate di Parma, con un primo versamento di Euro 6.000 avvenuto il 16/5/03. Per cui le pesanti critiche rivolte alla dott.ssa Cavallari nell’articolo del 22/12/07 erano a mio avviso ingiustificate.
Che tale fosse il mio pensiero lo dimostrano le dichiarazioni, da me rese il giorno precedente nel corso di una conferenza stampa, che sono state riportate fedelmente dai cronisti delle varie testate presenti. Nessuna autocritica o critica, dunque. Evidentemente però quando si sposa una tesi non c’è precisazione che valga.
procuratore
della Repubblica di Parma

Restano due domande. La prima: ma il prestito ci fu o no? Il «riscontro» contabile - anzi le scritture contabili - dice di no, ma - secondo quanto risulta al «Giornale» - il riscontro finanziario non ci fu. Ovvero, nessuno andò a controllare se quei soldi, 11,8 miliardi di lire del 1997, non proprio due lire, fossero davvero usciti dalle casse di Parmalat. Certo, se stiamo alla contabilità, il prestito non ci fu: ma anche in questo caso, qualcosa non torna: perché contestare allora l’evasione fiscale; dove sarebbe stata a fronte di un prestito inesistente, la sottrazione di reddito?
Quanto al resto, «il Giornale» ha dato conto della difesa della dottoressa Cavallari da parte del procuratore della Repubblica ed è fra quelle testate che hanno riportato «fedelmente» le affermazioni del dottor Laguardia nel corso della conferenza stampa. Nessuna critica, infine, sul piano personale all’operato del dottor Laguardia che nel 2002 non era a Parma. I fatti descritti si riferivano all’ufficio di cui il dottor Laguardia è oggi capo. Del resto nel corso dell’intervista al «Giornale» è stato lui a dire: «Abbiamo trovato il bubbone ma non l’abbiamo visto».