La precoce autobiografia di Allevi

Difficilmente le dive del cinema cedono alla tentazione di comporre un’autobiografia: la storia della loro vita preferiscono farsela scrivere, in genere da un ammiratore. Ma un biografo è pur sempre un estraneo, potrebbe perdere di vista il suo ruolo e sabotare il soufflé. Giovanni Allevi ha dunque fatto bene a cedere; del resto a fare a meno del prossimo ha iniziato in tenera età. Se per esempio credete che abbia avuto un maestro di musica siete sulla cattiva strada: mentre ancora imberbe strimpella il pianoforte di papà, Allevi intuisce «che ogni accordo può essere suonato a partire da uno qualunque dei dodici tasti, fino ad approdare a una cosciente consapevolezza della tonalità». A dire il vero, qualche lezione in seguito dovrà prenderla. Certo non da un insegnante tridimensionale con un nome e un cognome: piuttosto da una vaga «dolce signora» dotata di un unico attributo: è già un’ammiratrice, una fan.
I capitoli dedicati agli anni del conservatorio glissano sui docenti o ne parlano male: nessuno insegna nulla ad Allevi. In compenso il direttore ne resta ammaliato: «Lei ha suonato qualcosa di geniale!». Peccato che il conservatorio sia orientato «verso le aspettative di una casta dominante», sicché il nostro eroe è costretto a rivolgersi ai fuoricasta: Riccardo Muti, Jovanotti e una signora incontrata alla Palazzina Liberty «dove ho suonato per un convegno farmaceutico mondiale». La donna non ha dubbi: «È impressionante, un novello Jarrett!». La musica in testa continua così, meccanicamente autocelebrativo, fino al passo in cui l’auto-biografo tira le somme della sua «piccola grande rivoluzione culturale». In 214 pagine Allevi esprime talvolta simpatia per uno spettatore o per un collaboratore: mai gratitudine verso un amico. Se dobbiamo prestargli fede, il suo pubblico assomiglia ad una sterminata claque: del resto l’evidenza non ha bisogno di argomentazioni, e il folle che vi si oppone si condanna da sé.