Predicava la guerra bevendo il tè con vecchie signore

Fu sempre sopra le righe e gli toccò una brutta fine. La prima mattana la fece a 17 anni quando studiava in seminario per seguire le orme del padre pastore luterano. In classe c’era stato un dibattito su Muzio Scevola, il primo eroe repubblicano di Roma antica. Costui, stando alla tradizione, aveva immerso la mano destra nel fuoco per castigarla dell’errore di aver pugnalato il segretario di Porsenna anziché il re etrusco in persona. I condiscepoli sostenevano che la storia della mano bruciata fosse un mito. Il Nostro che fosse la pura verità e, per dimostrarlo, infilò la mano nella stufa cavandone un carbone ardente. La scolaresca sconcertata si affrettò a dargli ragione e il ragazzo passò i mesi successivi con l’arto piagato, ma soddisfatto dell’impresa.
Era senz’altro un masochista che, in perfetta buonafede, le sparava grosse. Un grande cervello con qualcosa di malato, forse per una tara familiare. Quando, quarantacinquenne, fu internato in manicomio, i medici annotarono che già il padre pastore era morto a 35 anni di rammollimento celebrale.
Al momento del ricovero - è scritto nella cartella clinica -, il Nostro entrò nella sua stanza con passo maestoso ringraziando della «grandiosa accoglienza». Senza capire dove fosse, parlava continuamente con tono enfatico e si mostrava consapevole e sicuro di sé. Inanellava stranezze come stringere innumerevoli volte la mano ai medici. Era totalmente partito, ma immaginava di essere ancora l’osannato grecista, il portatore di un pensiero nuovo, la personalità fanaticamente celebrata in Germania, Francia e Italia. Trascorse in manicomio undici anni, fino alla morte, nel 1900, inabissandosi giorno dopo giorno nel nulla. Non articolava più di una frase al mese e emetteva urli animaleschi, specie di notte. Fu osservato orinare negli stivali, bere le urine, mangiare i propri escrementi. Una lancinante tragedia puntigliosamente annotata, ora per ora, dai medici prussiani.
Quando finalmente morì, l’uomo fu esaltato come un dio che ascendeva nuovamente in Cielo. «Solo Budda e Gesù hanno voluto cose altrettanto grandi», fu detto di lui al funerale. In Italia, Gabriele D’Annunzio lo cantò «barbaro enorme» e propose di seppellirlo «fra Sorrento e Cuma/ sul golfo ove il Vesuvio fuma». Citazione non casuale, poiché il defunto aveva lungamente soggiornato sulle rive del Mediterraneo, eleggendolo a mondo ideale contrapposto alle algide plaghe sassoni in cui era nato. «Costruite le vostre case sul Vesuvio!», quintessenza del rischio, aveva esclamato una volta il Nostro riassumendo così la sua visione del mondo: «Credete a me, il segreto per raccogliere dall’esistenza il massimo diletto si chiama: vivere pericolosamente. Vivete in guerra coi vostri simili e con voi stessi! Siate predatori, la guerra santifica ogni cosa. La “malvagità” fa parte della salute e della felicità. La pietà è invece una spugna che assorbe la midolla umana».
Questo apparente incendiario aveva debuttato in punta di piedi. Abbandonato il seminario e l’idea di farsi prete, si dedicò alla filologia greca. Per un lavoro sui frammenti di Teognide e un saggio sulle fonti di Diogene Laerzio ottenne la cattedra universitaria a 24 anni prima ancora di laurearsi. Ma a 35 anni si era già ritirato dall’insegnamento diventando il primo baby pensionato della storia. Con la rendita di 4000 franchi svizzeri che gli passava il suo ex ateneo, cominciò a girovagare per le più eleganti villeggiature europee. L’estate nei Grigioni, d’inverno a Sorrento, Rapallo, Nizza. Scriveva come un dannato e teneva molto alla bellezza delle sue frasi. Per controllarne il suono, si sedeva sul pavimento e le rileggeva battendo il ritmo coi pugni sull’assito. «Ho portato la lingua tedesca al suo punto di perfezione - diceva estasiato -. Il mio stile è una danza. Io sono un genio della verità».
Un pomeriggio, passeggiando nei boschi di Selvapiana, si fermò ai piedi della roccia di Surlei, a picco sopra un laghetto. Qui ebbe la seguente intuizione: poiché la durata del mondo è eterna, ma gli elementi che lo compongono e le loro combinazioni sono limitati, prima o poi questo stesso istante, con me fermo ai piedi di Surlei, dovrà fatalmente tornare. È questo il cosiddetto «eterno ritorno» per cui il Nostro va famoso tra i filosofi. La scoperta lo esaltò al punto che, per motivi ignoti, tentò successivamente per tre volte il suicidio. Tra i non filosofi, la sua fama è legata invece alla teoria muscolare di un’umanità divisa tra nobili e schiavi.
Tutto in lui fu mentale. Avrebbe messo a soqquadro l’universo, ma a tavolino. Possibilmente davanti a una tazza di tè in compagnia di attempate signore, che era poi il suo effettivo modo di trascorrere le estati nell’incantevole stazione montana di Sils-Maria. Preferiva signore d’età, troppo introverso per impegnarsi in una vera storia d’amore. La sola che si conosca, con un’intrigante fanciulla russa, finì con la sua fuga a gambe levate. Per una specie di contrappasso, la sua follia fu però attribuita a una sifilide trascurata. Una fatale imprudenza nell’arida vita sentimentale del Nostro.
Chi era?