Prefazione E Uòlter si ricicla esperto di Facebook

Mai sottovalutare i dettagli, ammoniscono i maestri dell’expertise. Se vogliamo stabilire che il ritratto che abbiamo sotto gli occhi è davvero un Tiziano dobbiamo guardare al modo in cui sono dipinti i lobi delle orecchie, le lunette delle unghie, le sopracciglia: i particolari, cioè, che i falsari trascurano di imitare alla perfezione. Ma quale esperto non riconoscerebbe, nella prefazione a L’amore ai tempi di Facebook, un Veltroni autentico al 100%? Il primo capoverso si serve di verbi impersonali, il secondo passa al «noi» («se apriamo il gioco, che ne verrà fuori?») mentre bisogna attendere il terzo capoverso perché Walter si faccia coraggio e riesca a dire «io» («Facebook mi affascina per...»): prudente zoomata - il Nostro è diplomato al Centro sperimentale di cinematografia - dall’anonimato alla soggettività; ma non sono stati mesi facili, per il narcisismo dell’ex sindaco di Roma. Dobbiamo continuare? Nei primi tre righi della prefazione, c’era da aspettarselo, cinque parole straniere. Inglesi, preciserebbe Ionesco. Poco dopo l’espressione realtà virtuale compare tra virgolette: sintomo di scarsa dimestichezza con le astrazioni, o di estrema cautela verso il lettore. Ma a questo punto è già tutto un impazzare di platitudes, di cantilene da ginnasiale: a distanza ravvicinata si danno il cambio l’hic et nunc, il presente senza tempo, le colonne d’Ercole. Persino la politica, che ovviamente è partecipazione. E mi raccomando: «Internet dovrà restare un grande mare aperto, tutto da navigare». Lo resterà, Walter, non temere. Quando ci saluti, invitandoci alla tua maniera a sfogliare il volumetto («buona lettura e see you later, on Facebook of course») non sappiamo se ridere o piangere. Meglio limitarsi ad alzare gli occhi al cielo. Come li alzò il giudice Carnevale in tv quando protestasti con durezza perché lui, citandoti con assoluto rispetto, aveva definito «operetta» un tuo recente saggio. Ti indignasti moltissimo, la prendesti per un’offesa. Fissasti severo la telecamera chiedendo giustizia a noi, the people: «Vi rendete conto di come ha osato denominare il mio libro?» Pensavi a Oh Cincillà, vero? Ricordi la replica, più stupita che piccata, con cui Carnevale ti gelò? «Lei forse rammenterà chi chiamava operette le sue cose... ». Walter, Walter... Lascia stare gli States; e se hai un minuto di tempo, prova a dare un’occhiata a un certo Leopardi.