Le preferenze per restituire fiducia nel voto

(...) ma di nominare deputati o senatori che il più delle volte vengono paracadutati in collegi a loro sconosciuti, e che tali rimarranno per il corso della legislatura. E qui nessun partito si salva.
Questo Paese ha l'esigenza assoluta di costruire un nuovo sistema elettorale, che sia in grado di dare la governabilità da una parte, e dall'altra di ridare alla gente il senso di partecipazione nella scelta della rappresentanza. Oggi l'elettore è spogliato del suo mandato, complice (non sempre volontario) di una cooptazione che lo riduce da soggetto attivo a passivo. Questo sistema alimenta quello che ultimamente sembra essere il primo partito: l'astensionismo.
La disaffezione per le elezioni politiche negli ultimi quarant'anni è cresciuta corposamente; l'astensionismo è passato dal 6,6% del 1976 al 20% del 2008, toccando livelli inusitati nelle elezioni amministrative del 2010 dove addirittura ha raggiunto il 40% e in alcuni casi superato il 50%. L'astensionismo in una democrazia è il termometro più visibile del grado di insoddisfazione dell'elettorato e testimonia la crisi del rapporto fiduciario tra la base popolare e le assemblee elettive. Un sistema politico-rappresentativo in esaurimento, destinato a peggiorare quando le forme elettorali emarginano ogni reale possibilità di partecipazione dell'elettore. In questo clima le istituzioni diventano sempre più impopolari e cresce così la distanza dai cittadini. In base a una rilevazione Eurispes, infatti, solo il 14% della popolazione si sente rappresentato dai partiti.
Siamo davvero nell'era della postdemocrazia? O siamo invece arrivati al momento del riscatto, in cui l'elettore torna ad assumere un ruolo decisivo e responsabile e la democrazia conosce la stagione della riforma?
Il problema è di ordine qualitativo. Occorre restituire ai cittadini la sovranità e al Parlamento ridare le funzioni che ha perso: sintesi, mediazione, confronto e soprattutto cerniera tra società civile e società politica.
Esiste un'Italia che chiede con forza - internet e i social network lo testimoniano - di voltare pagina. Le recenti elezioni amministrative da una parte, il referendum dall'altra dimostrano che il cambiamento è in atto e il risultato non si può attribuire a una forza politica in specifico. La sfida ora è saperlo interpretare.
Come ho avuto modo di fare ai microfoni di Radio Babboleo, torno dalle vostre pagine a lanciare un appello: chiedo al mio leader Pierferdinando Casini di farsi interprete di questa volontà, attraverso un'iniziativa popolare che abbia come obiettivo la riforma elettorale.
Questo perché in un parlamento «scilipotizzato» (o come direbbe Lussana «mussato») vane sono le possibilità di riuscita. Chiedo a Casini di non fermarsi alle cinquantamila firme canoniche, ma di raccoglierne un milione: bisogna dare a questa impresa un grande significato, un mandato chiaro e netto, un'investitura che parta dalla base.
Sta per partire un referendum per abrogare la porcellum. Un iter lungo che obbligherà a cambiare, e allora mi chiedo perché non intervenire prima, evitando inutili costi e perdite di tempo. Promuovere un'iniziativa popolare mi sembra il migliore strumento di partecipazione per introdurre la preferenza diretta, la libertà di scelta, la quota di sbarramento, il limite di rieleggibilità parlamentare e l'abolizione delle candidature plurime in più circoscrizioni.
Una legge elettorale concepita con questi criteri avrebbe come conseguenza anche un ricambio generazionale necessario: non possiamo avere una classe politica, pur con i suoi meriti, che staziona da oltre trent'anni in parlamento. La società evolve e ha bisogno anche di nuovi «attori».
Il modello a cui fare riferimento sono regioni e comuni dove c'è l'elezione diretta dei governatori e dei sindaci, dove si garantisce il bipolarismo - quindi il principio dell'alternanza - il proporzionale e la preferenza. L'Italia ha una sua identità e una sua specificità, non impantaniamoci guardando al sistema tedesco, francese, spagnolo o angloamericano, non facciamo l'ennesimo minestrone all'italiana. Serve una riforma vera e innovativa: è l'ora della responsabilità. La riforma elettorale è la madre di tutte le riforme perché consente di scegliere coloro che dovranno amministrare, dirigere e riformare. Senza questo passaggio essenziale il futuro appare incerto.
dirigente Udc Liguria
vicesindaco Sant’Olcese