Il prefetto contadino che sdoganò Marziale

Torna la prima traduzione italiana degli epigrammi del maestro latino, opera di un amico di Ugo Foscolo

Nel giugno 1806 Ugo Foscolo era appena tornato in Italia. Aveva servito Napoleone come soldato, aveva avuto amori ardenti e scriteriati, lasciandosi dietro pure qualche figlio. Cercava la tranquillità per comporre un’opera poetica che poi si sarebbe intitolata I Sepolcri. La trovò in alcune «stanzine fresche» e tranquille che, come scrive il poeta stesso all’amata Isabella Teotochi Albrizzi, gli erano state messe a disposizione «dall’amico mio Prefetto Magenta». Ovvero dal prefetto di Ferrara, Pio Magenta, servitore del nuovo potere napoleonico, che più tardi sarà fatto barone da. Bonaparte.
Barone lui, che era nato figlio di contadini in un paesello della Lomellina, nel 1771. Un parvenu che si era fatto strada da solo, accumulando lauree e specializzazioni in vari settori dello scibile, dall’architettura alla medicina. Per poi essere cooptato nell’amministrazione napoleonica, dove si distinse anche per l’attenzione riservata agli ospizi per poveri, lui che in una pur rispettabile povertà era nato. Pio Magenta, insomma, era una delle tante figure a cui la storia riserva uno spazio solo in qualche nota a pié di pagina. E ormai nessuno si ricorda più di lui, che pure intratteneva rapporti con tanti bei nomi dell’epoca. E che parlava di letteratura appunto con Foscolo, ma anche con Vincenzo Monti o Pietro Giordani, oppure dissertava di scultura con il maestro del neoclassicismo, Antonio Canova.
Mandato in pensione anticipata dai nuovi governanti, dopo la caduta di Napoleone, Magenta si ritira a fare il gentiluomo di campagna. E si dedica alle sue passioni erudite. Componendo una traduzione integrale degli epigrammi del poeta latino Marziale. Anzi, la prima traduzione integrale di Marziale: un’impresa che fino ad allora nessuno aveva arrischiato anche, e soprattutto, per la sfrenata oscenità di molti epigrammi. Per cui il Don Juan di Byron poteva schernire le edizioni censurate che circolavano all’epoca, quei «nauseanti epigrammi purgati dai dotti» per non turbare l’animo innocente degli scolari. Ma l’autodidatta Magenta affronta impavido la pagina lasciva di Marziale, sciogliendo con molta eleganza, e senza pruderies bacchettone, i nodi più imbarazzanti.
Ne esce così, nel 1842, un libro che quasi tutti hanno dimenticato, ma che restò fino al 1957 l’unica traduzione integrale in italiano. Ora l’opera di Magenta è stata riscoperta da Paolo Mastandrea, latinista all’università di Venezia, e viene pubblicata dall’editore Salerno. La riscoperta degli epigrammi di Marziale era, come nota Mastandrea, «la riscoperta di una letteratura viva, naturale, antiretorica». La traduzione di Magenta è anche il documento della cultura neoclassica ai tempi della Restaurazione, che, ricorda Mastandrea, non fu sempre e solo reazionaria. Ed è, comunque, quanto oggi ci resta dello spirito libertario del dimenticato e autodidatta amico di Foscolo.