Il prefetto: l’hinterland collabori con Milano

Ferrante invita le istituzioni a lavorare insieme per trovare «soluzioni equilibrate in un quadro di responsabilità condivise e senza egoismi»

Gianandrea Zagato

Mettere da parte «inutili» polemiche e lavorare «insieme» per «trovare soluzioni equilibrate e sostenibili». Approccio da «seguire» per rimarginare quelle ferite aperte che sono le baraccopoli di Milano. Solo metodo, avverte il prefetto, per affrontare la questione nomadi. Ma, attenzione, serve «più coesione sociale e più attenzione all’interesse collettivo e al bene di tutti».
Avvertenza che Bruno Ferrante (ri)lancia ben sapendo che l’idea di fondo, quella dell’accoglienza, non può e non deve essere messa in discussione ovvero «vanno fornite condizioni migliori di vita ai regolari mentre va contrastata l’immigrazione irregolare». Passaggio obbligato per una società unita, «che sappia esprimere con entusiasmo e passione il vincolo della sua appartenza e che si riconosca in alcuni valori e principi». Sola possibilità, chiosa Ferrante, per «affrontare più facilmente e con maggiori probabilità di successo problemi anche gravi, anche difficili, anche complessi». Sola risposta per quei «fattori che possono alterare gli equilibri sociali» come «i nomadi, o presunti nomadi, che in questi giorni animano il dibattito e creano fratture nell’opinione pubblica e nella politica».
Cronache di muro contro muro, di polemiche «inutili» sollevate da chi, gestendo la cosa pubblica, non sa «allargare lo sguardo». Come dire: «La società ha bisogno di minori egoismi e di maggior disponibilità verso gli altri». Messaggio diretto anche - e non solo - ai Comuni dell’hinterland che, ancora una volta, tardano nel contribuire alla risoluzione di un problema, quello dei «presunti nomadi», che, finora, è stato lasciato appannaggio esclusivo dell’amministrazione comunale di Milano. Leit motiv ormai quotidiano delle note stampa di Palazzo Marino, con il sindaco Gabriele Albertini che, comunque, si dice sempre «pronto» a collaborare con le altre Istituzioni per costruire nuovi campi ma, naturalmente, fuori dai confini di Milano, «non per una questione di egoismo ma di equilibrio». «Equilibrio» che, fa sapere Ferrante, andrebbe «allargato» alle altre amministrazioni «in un quadro di responsabilità condivise» visto che, Milano, «rappresenta - come sostiene il suo sindaco - una calamita, un polo di attrazione». Ma «allargare gli orizzonti» non è affatto semplice: «A me pare che si guardi con qualche distrazione al bene comune. Siamo un po’ troppo presi dal nostro privato, dal nostro benessere e non allarghiamo lo sguardo». Annotazione con «grande franchezza» del prefetto che fornisce pure il risultato di questo «atteggiamento»: «Rischiamo di non comprendere che la cura delle esigenze generali della società è, in definitiva, la cura dei nostri stessi interessi».
Richiamo a fare «fino in fondo il proprio dovere»: a chiedersi «se si sono esercitate con correttezza le proprie funzioni, pubbliche o private che siano», per riprendere «il filo della nostra coscienza» che è l’unica soluzione possibile «quando gli orizzonti del mondo e della società appaiono offuscati, quando avvertiamo timori e insicurezze per il futuro».
Sfida per il futuro che qualcuno potrebbe bollare come spiccioli di filosofia ma sarebbe un errore perché, conclude Ferrante, «la città non può essere solo un banale contenitore in cui vivere e lavorare ma il luogo in cui gli interessi dell’individuo possono in modo armonico coniugarsi con quelli della collettività». Che, in sintesi, vuol dire: «Impegno, partecipazione e dialogo». Punto di partenza per ripristinare la legalità compromessa, per dare il benvenuto a chi si integra e cacciare chi non lo fa. Ma «senza egoismi» e nel nome di quella solidarietà che ha fatto grande Milano.