Prefetto pronto: "Rom, subito numero chiuso"

Sono 57 gli insediamenti non autorizzati sparsi in città. Gianvalerio Lombardi ha allo studio nuove misure per accelerare le espulsioni e dare il via al piano di sgomberi senza sconti

Primo, numero chiuso per i rom. Secondo, sgomberi senza sconti. E, last but not least, espulsioni più facili. È la mission che i milanesi affidano al prefetto Gian Valerio Lombardi. Impegno che il prefetto ha avuto chiaro sin dal suo arrivo a Milano nel dicembre 2005: «Un problema di fondo, caldo di Milano è quello dell’immigrazione quella senza progetti e pianificazione che affronteremo governando l’emergenza per dare un futuro migliore e con le norme».
Linea seguita in questi due anni e passa nonostante i buonismi di Prodi e di Veltroni. E, adesso, questioni di giorni il rappresentante del governo avrà i pieni poteri. Poteri che a Palazzo Diotti, sede della prefettura, preferiscono «non commentare» prima della firma del ministro degli Interni Roberto Maroni e, quindi, «prima di leggere il contenuto del decreto».
Certo è che il decreto negli uffici di corso Monforte è ritenuto «utile»: «Serve anche per introdurre il numero chiuso e meglio gestire i campi rom». Gestione che il prefetto Lombardi ha sempre valutato possibile con il contributo di un comitato dei sindaci dell’hinterland.
Dettagli nell’attesa di quella nomina che, mese dopo mese, il governo Prodi aveva stoppato insieme al pacchetto sicurezza. Nomina che, chiosano dalla prefettura, va nella giusta direzione perché consente di affrontare «concretamente, efficacemente e senza tentennamenti» anche le patologie delinquenziali legate agli stranieri e in particolare ai romeni. Chiaro qual è il futuro di una città dove il governo del centrosinistra ha consentito pochi interventi di ripristino della legalità e ha fatto vivere pericolosamente tra crimini, campi abusivi e, aggiunge il vicesindaco Riccardo De Corato, con «un’istituzione, la Provincia guidata da Filippo Penati, sempre di traverso su tutte le vicende degli sgomberi operati dal Comune. Anzi, schierata sempre dall’altra parte come quando ha dato casa in via Varanini ai nomadi».
Valutazione con alla mano i ritagli della cronaca locale e con la mappa dei 57 insediamenti abusivi che il prefetto con i gradi di commissario all’emergenza rom sgombererà al più presto. Certo, insieme ai poteri servono anche i fondi: tre milioni di euro necessari per dare una risposta certa, sapendo poi che le spese per la sicurezza dei Comuni saranno fuori dal patto di stabilità tra lo Stato e gli enti locali.
Novità, quest’ultima, decisa da Palazzo Chigi per una città più sicura e che, stamani, sarà declinata alla riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza. Appuntamento dove la Provincia di Milano, parola di Penati, porta «l’esperienza dei progetti per la sicurezza partecipata da noi attivati con i Comuni dell’area metropolitana».
E dove, ancora una volta, il rappresentante dell’amministrazione comunale intende rimarcare quale sarà la strategia dei futuri sgomberi: identica all’operazione Bovisasca dove, fa sapere De Corato, «lo smantellamento delle baracche è avvenuto a seguito di un’opera di “moral suasion” che ha favorito gli allontanamenti spontanei e che il prefetto Lombardi ha elogiato pubblicamente sostenendo “tutto è stato fatto al meglio”». Virgolettato prefettizio opposto a quello di Penati che, conclude De Corato, «parteggiava coi rom della Bovisasca e si accodava ai rilievi della Curia che aveva definito l’operazione “al di sotto dei limiti dei diritti umani”». Storia di ieri, adesso c’è il super prefetto che decide tempi e modo dei rimpatri in Romania, se e dove aprire nuovi insediamenti e, soprattutto, far vivere Milano in sicurezza.