La preghiera e poi il cellulare È la «regola» dei nuovi solitari

Si chiama Anna Maria Pucci e un tempo faceva la maestra in una scuola materna. Ora vive da sola, lontano da tutti, nelle campagne di un paesino toscano a pochi chilometri da Firenze. Non si fa fotografare e non ama parlare con i giornalisti: «Non è coerente con la scelta che ho fatto e poi non c’è nulla di strano, la mia vita è molto semplice». La maggior parte delle ore le passa in una cappella abbandonata che ha ricostruito da sola: «Il mio tempo è dedicato completamente alla preghiera e alla vita manuale».
Anna Maria è un’eremita. Il sociologo bolognese Isacco Turina ne ha contati in Italia almeno 150. Ha iniziato la sua ricerca nel 2003. Ha girato dal Sud alle Alpi per scovarli. Una trentina è riuscito a farli parlare, testimoni di una vocazione in crescita. Negli Stati Uniti hanno perfino una rivista: Raven's Bread. Food for those in solitude. Ossia: il pane dei corvi, cibo per quelli in solitudine. Turina dice che sono di mezza età, cinquantenni, la svolta di solito arriva tra i 30 e i 40. Sono colti, quasi tutti laureati, molti monaci, sacerdoti o missionari. Ma anche tanti laici: architetti, medici, un regista, uno scrittore, parecchi insegnanti. Scelgono paesi di montagna, periferie cittadine o case di campagna. Tutto dipende dalla presenza di «edifici abbandonati da adibire a eremi» e dalla disponibilità dei vescovi ad accoglierli. Ognuno tende a darsi una propria regola, un voto, come i primi monaci medioevali. Per tutti sono centrali preghiera e silenzio. C’è chi poi sceglie di non dormire mai fuori dalla propria abitazione e chi trascorre per necessità qualche giorno lontano dalle mura domestiche. C’è chi accoglie gruppi di preghiera silenziosa e chi si dedica alla direzione spirituale e alle confessioni. C’è chi ha la posta elettronica e chi ha deciso di non possedere il computer; chi si lascia fotografare e chi non concede neppure un’intervista senza registratore; chi usa la segreteria telefonica come filtro per le chiamate e chi risponde al cellulare in alcune ore della giornata.
Carlo, sacerdote, con una specializzazione in psichiatria, il pomeriggio scende nella chiesa sotto casa e lì confessa ogni giorno almeno una decina di persone. La lista dei suoi clienti è lunghissima, per avere un appuntamento ci vogliono mesi. Barbara vive alla periferia di Roma, si mantiene vendendo i suoi quadri. Nelle ore in cui non lavora prega, medita, intona liturgie. Padre Domenico Maria Fabbian ha scelto la solitudine da otto anni. Anche lui è di Padova. Racconta: «Il motivo che giustifica la nostra presenza in città è che rappresentiamo l’economia dei rapporti umani. L’eremita, in un certo senso, rappresenta una specie di campanello e di provocazione». Fabbian esce di casa una volta alla settimana per fare la spesa e confessare nella chiesetta vicina. Si serve di un sottopassaggio, per fare tutto nella massima discrezione. La modernità non è rifiutata per principio. Un’eremita confessa di aver trovato un immobile in comodato gratuito navigando su internet. E lì si è rifugiata. Per trovare Padre Bernardino Greco bisogna salire fino alla frazione di Portaria di Acquasparta, provincia di Terni, e scarpinare per un’ora in mezzo al bosco. La «Romita» in cui vive, è un ex convento abbandonato nel 1867.
Bernardino aveva 16 anni quando prese l’abito di san Francesco, a 52 anni, nel 1991, ha chiesto ai suoi superiori di venire quassù, a 800 metri di altezza, in mezzo alle querce e ai ruderi. È manovale e carpentiere, ma anche monaco, agricoltore, asceta. La sua giornata comincia alle sei. Se ci sono ospiti li sveglia suonando uno strumento: chitarra, lira, salterio. Ci si lava con l’acqua piovana raccolta nelle cisterne. A tutti propone sempre la stessa cosa: ora et labora. Lavoro e preghiera. Sul tetto c’è un pannello fotovoltaico che produce energia per ricaricare il telefonino e navigare quando capita su internet. Alle sette, dopo il vespro, si spengono le candele. E comincia il sonno.