Il pregiudizio ideologico

Di fronte alle sfide dei primi anni Novanta l’intellettualità progressista ha fatto leva su Berlusconi per consolidarsi e raccogliersi a difesa del proprio patrimonio ideologico. Ovvero, piuttosto che fare dell’avversario nuovo uno stimolo per rinnovarsi, ha preferito interpretarlo come se fosse una mera riedizione dell’avversario vecchio, e riproporre con variazioni minime le battaglie già combattute e vinte nel passato. Ovvero ancora, ha aggiornato l’antifascismo in antiberlusconismo. La mutazione è avvenuta già nel 1994, dopo un instante di perplessità coincidente più o meno con le elezioni municipali romane del 1993, alle quali com'è noto si candidò Fini. Questione morale, affarismo, conflitto di interessi, interessi privati in atti pubblici, e soprattutto lesione videocratica del circuito rappresentativo: questi sono stati gli strumenti attraverso i quali l’antifascismo (non facile da rivolgere nella sua forma pura contro un personaggio con la storia di Berlusconi) è stato «modernizzato». Modernizzato, però, nella permanenza dei suoi caratteri di fondo: il manicheismo, il moralismo, la definizione e manutenzione dei confini della legittimità, la divisione dell’arena politica in una sinistra e una destra coincidenti rispettivamente con il democratico e l’eticamente commendevole, l’antidemocratico e l’eticamente deteriore. E soprattutto, una sempre più evidente incapacità di fornire risposte efficaci e aggiornate alle esigenze poste dal nuovo secolo.