Il prelato difende il testo sulla famiglia approvato dalla Cei: «Non è “conservatore”, ma autenticamente missionario e segue la traccia impostata dal Papa» «Il no ai Dico è un impegno per i cattolici» Il vescovo di San Marino, Luigi Negri replica

«Non siamo spinti da motivazioni politiche, ma da preoccupazione per il nostro Paese»

da Roma

«Mi sembra surreale che si dica che la Nota della Cei non riguarda il disegno di legge dei Dico. È un documento dell’episcopato italiano, non di quello australiano...». Sorride, per sdrammatizzare i toni dopo la polemica scatenata dalle parole del ministro Rosy Bindi, il vescovo di San Marino e Montefeltro Luigi Negri. Il prelato non è tra i membri del Consiglio permanente e ha da poco terminato di leggere la versione definitiva della Nota. «Mi piace sottolineare - spiega al Giornale - anche il modo in cui è formulata, con richiami agli interventi corali dei vescovi in questi mesi. È un documento “fermentato” nella reale comunione tra i vescovi e dei vescovi con il Papa».
La Chiesa con questo testo ha «sepolto» l’autonomia dei laici?
«L’autonomia non può essere invocata sui principi fondamentali che reggono l’appartenenza alla Chiesa. La coscienza del laico non matura in modo individualistico, ma si forma dentro l’appartenenza alla Chiesa. Ed è l’autorità della Chiesa a custodire l’oggettività di questa appartenenza. La Nota della Cei è peraltro in continuità perfetta con la costituzione conciliare Gaudium et spes, che spiega come vi siano principi dai quali non si dà autonomia».
Non c’è il rischio di presentare una Chiesa che impone verità e dimentica la carità?
«La Nota non è “conservatrice” né “aggressiva”, ma autenticamente missionaria e segue la traccia impostata dal Papa al recente convegno di Verona. Questa giustapposizione tra verità e carità, tra fede e amore non è però un appunto emerso dal mondo dei politici cattolici, quanto piuttosto dallo stesso mondo ecclesiale. La fede senza carità è una ideologia, ma la carità senza la fede è solo un buonismo».
Che cosa pensa delle reazioni alla Nota? Alcuni cattolici non si sono sentiti chiamati in causa affermando che non si riferisce ai Dico...
«La Nota afferma che è inaccettabile dal punto di vista dottrinale e sociale una legislazione che riconosca le coppie di fatto e c’è un divieto esplicito per i cattolici ad avallare il riconoscimento delle coppie gay. Sostenere che il documento della Cei non riguardi i Dico mi pare un esercizio di ottimismo indebito. Mi sembra surreale che si possa dare questa interpretazione delle parole impegnative e chiarissime pronunciate dai vescovi: è un documento della Conferenza episcopale italiana, non di quella australiana, dunque penso di poter affermare che si riferisce alla situazione del nostro Paese...».
I cattolici devono sentirsi obbligati a non votare i Dico?
«La Chiesa non obbliga nessuno, ma chiede ai fedeli di fare di tutto per immedesimarsi in queste indicazioni. Il fedele che vuole essere coerente con la sua appartenenza ecclesiale è tenuto ad obbedire a questi pronunciamenti del magistero su valori non negoziabili».
C’è chi dice che la Chiesa si batte contro i Dico, ma che questo non salverà certo la famiglia. Come risponde?
«È importante la preoccupazione educativa che emerge dalla Nota. I Dico sono una misura bassa della vita, le leggi creano una mentalità ed è come se si prospettasse ai giovani di avere tutto e subito senza una piena responsabilità. I vescovi non sono spinti da motivazioni politiche, ma dalla grande preoccupazione per la tenuta del tessuto sociale del nostro Paese. La società viene assalita nel suo fattore costitutivo, genetico, che è la famiglia».
È cambiato il presidente della Cei. Cambierà anche la linea «politica» dell’episcopato italiano?
«Mi sembra che la prolusione dell’arcivescovo Bagnasco abbia indicato con sufficiente chiarezza la sostanziale continuità con il prezioso lavoro svolto in questi anni dal cardinale Ruini. Le linee guida sono quelle espresse da Benedetto XVI, al quale la nostra Conferenza episcopale è legata in modo speciale, in quanto il Papa è anche primate d’Italia».