Premi, poltrone, plausi. Per gli ex terroristi arrivano gli anni d’oro

Da Scalzone a Curcio a D’Elia: così i protagonisti della lotta armata sono passati dalla galera o dalla latitanza ai convegni universitari O ai vertici delle istituzioni

Milano - Sfila come un divo, fra abbracci ai tanti ex della lotta armata e applausi. Oreste Scalzone è l’ultimo esempio di quella metamorfosi che ha portato molti ex terroristi dalle galere o dalla latitanza o dalle retrovie della società ai primi posti, sotto i riflettori, a convegni, premi e forum. Un fenomeno inarrestabile. Lui, l’ex leader di Autonomia, era ricercato ancora poche settimane fa dalla giustizia, ma la storia è finita proprio all’italiana: prescrizione del reato, ovvero non si è riusciti in un quarto di secolo ad arrivare ad una sentenza definitiva. E così, fra proclami pararivoluzionari e concertini improvvisati con la sua fisarmonica, Scalzone ha cominciato a girovagare per l’Italia manco fosse una madonna pellegrina. Sabato, a Vicenza, i giovani no global gli chiedevano: «Oreste, quando vieni da noi ad insegnarci all’Università?». E lui, meglio di un professore, ha distillato il suo pensiero: «Chi grida 10, 100, 1000 Nassirya è un frustrato. Ma scusate, le Br hanno mai detto: 10, 100, 1000 Aldo Moro?».
Un quesito che potrebbe essere girato ad un altro docente d’eccezione: Renato Curcio. Sì, nientemeno lui, il fondatore delle Br, colui che al convegno di Pecorile nell’agosto 1970 diede il via alla lotta armata. Pure lui, poco più di un mese fa, è salito in cattedra, all’Università del Salento di Lecce, e davanti a centocinquanta ragazzi ha tessuto a modo suo la riflessione sugli anni di piombo: «Vengo da una famiglia valdese, l’abiura non è un modo serio per affrontare le questioni e i valdesi l’hanno pagata con diverse gole tagliate». Messo in chiaro il rapporto con il passato, ha regolato anche quello con la propria biografia. «Cattivo maestro io? Non so se sono un maestro, nemmeno se sono buono o cattivo. Sono un’immagine sovradimensionata di una realtà più modesta».
Naturalmente, ciascuno è libero di rileggere come meglio crede l’album degli anni Settanta e Ottanta. Certo, negli ultimi tempi gli stessi protagonisti di quella stagione di lutti e sciagure hanno dimenticato, alla spicciolata, il carcere, e hanno tracimato nella società occupando cariche e poltrone. Può apparire surreale, ma la conquista del potere, fallita drammaticamente allora, oggi è per alcuni una realtà.
Sergio D’Elia, negli anni Settanta capo del gruppo toscano di Prima linea, è deputato della Rosa nel Pugno e, addirittura, segretario d’aula alla Camera. Mariella Magi, vedova dell’agente Fausto Dionisi, morto alle Murate di Firenze durante un assalto dei piellini, è scoppiata a piangere quando ha saputo la notizia e ha scagliato il suo anatema contro lo Stato: «Le istituzioni mi hanno abbandonato. E hanno lasciato sola mia figlia che è cresciuta senza conoscere suo padre». Lorenzo Conti, figlio del’ex sindaco di Firenze Lando Conti, ucciso dalle Br nel 1986, ha fatto anche di più, uno sciopero della fame e poi un appello al Presidente della Repubblica per evitare l’ultima umiliazione dopo la polvere mangiata negli anni scorsi: un mondo a rovescio, dove gli ex terroristi ricevono borse di studio e consulenze, i familiari di chi non c’è più si arrangiano ai bordi della società. E quando ottengono un riconoscimento, capita che sia peggio di uno schiaffo, come può documentare la vedova del Procuratore generale di Genova Francesco Coco, eliminato dalle Br a nel 1976: la medaglia d’oro è arrivata a domicilio, come una raccomandata o una multa.
D’Elia ha scalato la piramide della politica italiana, altri occupano caselle importanti su e giù per il Paese. Susanna Ronconi, addirittura due volte ex - Br e Prima linea - è entrata nella Consulta nazionale per le tossicodipendenze. E a chi ricordava il suo passato, il ministro della solidarietà Paolo Ferrero ha risposto per le rime: «Susanna Ronconi ha titoli scientifici maggiori di altri componenti della Consulta». Punto. Lei ha provato a ribaltare l’indignazione dei parenti di chi è solo una foto ingiallita: «Dico loro di considerare che la vita che conduco oggi è la vittoria della democrazia sulla lotta armata».
L’elenco dei promossi è lungo, perfino noioso. Qualche accenno può bastare. Roberto Del Bello, una condanna per banda armata, è capo della segreteria del sottosegretario all’Interno Francesco Bonatto (Prc); Silvia Baraldini, nome simbolo di una certa difficoltà di rapporti fra Italia e Usa, era stata condannata negli Stati Uniti a 40 anni, poi venne estradata con la promessa del nostro governo che nulla sarebbe cambiato. Invece, la situazione si modifica e non di poco: nel 2001 gli arresti domiciliari, peraltro dovuti a causa delle gravi condizioni di salute, nel dicembre 2002 addirittura un contratto di consulenza da 12mila euro con il Campidoglio. E subito dopo la richiesta, quasi scontata, di chiarimenti da parte dell’ambasciata di Washington.
Altri navigano fuori dai circuiti delle istituzioni, ma finiscono lo stesso sui giornali: perché il loro presente è colmo di talenti e di soddisfazioni. Adriana Faranda, la postina del sequestro Moro, ha vinto recentemente con «Il volo della farfalla» (Rizzoli) il premio De Lollis, con il patrocinio della regione Abruzzo. E alle proteste di chi ha sofferto, ha replicato così: «Gli si dia spazio, siano messi in grado di esprimere tutto il loro dolore. Solo però io mi chiedo perché dovrei stare zitta».
L’ultima notizia dal fronte degli ex arriva da Genova: c’era anche Fabio Fazio all’inaugurazione, affollata, del ristorante di Isabella Ravazzi, femminista storica e compagna di Enrico Fenzi, intellettuale e nome di spicco della colonna ligure delle Br. Il nome del locale è un programma: «Ombre rosse».