Premiata l’Europa poche statuette agli Americani

Una volta l'Oscar per il miglior film andava al produttore che con quel film aveva incassato molto negli Stati Uniti, onde incassasse moltissimo altrove. Ma ieri il premio - più quelli per regia, sceneggiatura non originale e comprimario - è andato a Non è un paese per vecchi, scritto e diretto da Joel Coen ed Ethan Coen, passato per l'ultimo Festival di Cannes senza eco particolare. Negli ultimi anni lo stesso premio era andato a Brokeback Mountain di Ang Lee, vincitore a Venezia, e The Departed di Martin Scorsese, reduce da Berlino. L'Academy si è curata dunque meno della resa commerciale e più della resa artistica, garantita dai premi (o dalla partecipazione fuori concorso) a uno dei maggiori festival europei. Ed europei sono tutti gli attori premiati per aver recitato in film in inglese. Ciò è normale per Daniel Day-Lewis, protagonista del Petroliere di Paul Thomas Anderson, premiato per la regia al Festival di Berlino 2008, e per Tilda Swinton, comprimaria in Michael Clayton di Tony Gilroy, in concorso all'ultima Mostra di Venezia. Lo è meno per Marion Cotillard di La vie ne rose di Olivier Dahan, reduce da Berlino 2007, e per lo spagnolo Javier Bardem di Non è un paese per vecchi.
L'Europa cinematografica crederà che gli Stati Uniti siano ora meno protezionisti, eppure premiano con la Cotillard la rinuncia del cinema francese all'eccezione culturale, visto che lei recita in inglese. E - dopo Antonio Banderas e Penelope Cruz - Bardem viene introiettato nel divismo americano d'importazione a uso degli immigrati ispanici, che rappresentano un quarto del pubblico negli Stati Uniti. In compenso - altra faccia della globalizzazione cinematografica - i festival europei diventano i garanti per le «nomine» e per i premi conseguenti. Non solo: Il falsario di Stefan Ruzowitsky, recitato in tedesco e presentato al Festival di Berlino 2007, miglior film non americano, continua rilancio del cinema austro-tedesco, ricominciato dopo la fine della Guerra fredda con l'Oscar a Le vite degli altri di Donnersmarck, che però era ben altra cosa. E il premio per la sceneggiatura, il più condivisibile, all'ex spogliarellista Diablo Cody per Juno di Jason Reitman, presentato alla Festa di Roma, lascia qualcosa anche alle nuove intelligenze.
La beneficiata per attori stranieri ha frenato un altro premio che poteva finire all'estero, quello per il film d'animazione. Anziché Persepolis di Marjane Satrapi, ha vinto Ratatouille di Brad Bird. E anche l’Oscar per il documentario è finito a Taxi to the Dark Side di Alex Gibney, sulla guerra in Irak. Insomma, se gli europei - ma a Los Angeles considerano tali la Swinton e Day-Lewis? - hanno prevalso nei premi d’interpretazione, gli americani hanno prevalso nei premi d’organizzazione, cioè per i film. All'Italia due Oscar: per la scenografia di Sweeney Todd di Tim Burton, opera di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo; per la colonna sonora di Espiazione di Joe Wright, opera di Dario Marianelli. Il nostro cinema non vale più per un pugno di dollari, ma per un pugno di tecnici.