Premiato da Bush nel braccio della morte

Era stato anche candidato al Nobel per la Pace, ma la sua condanna è definitiva

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

È una storia esemplare, surreale, unicamente americana. Coinvolge diverse persone, ma in particolare due. Il secondo lo conosce tutto il pianeta perché si tratta di George Bush. Il primo è noto quasi esclusivamente alle cronache giudiziarie di oggi e alla cronaca nera di vent’anni fa: quando Stanley «Tookie» Williams, in California, partecipò al selvaggio assalto di una gang giovanile contro dei «concorrenti» e diverse persone innocenti. Alla fine del raid quattro esseri umani rimasero cadaveri per terra. Stanley, probabilmente, aveva guidato la sanguinosa spedizione. Certamente era stato tra i fondatori della banda. Il seguito, fino a un certo punto, era scontato: quattro omicidi gli sarebbero valsi l’ergastolo in qualunque Paese europeo, ma negli Stati Uniti c’è la pena di morte, anche in California dove i giudici la comminano col contagocce; a differenza, per esempio, che nel Texas, dove George Bush è cresciuto e dove, da governatore, si è distinto per non accogliere mai la richiesta di grazia di un condannato alla pena capitale.
Neanche se «redento» o in via di redenzione. Stanley Williams lo è, da tempo. Anche perché ha avuto molto tempo. Egli «abita» infatti nel braccio della morte del carcere di San Quintino da oltre vent’anni. Una delle caratteristiche del sistema giudiziario americano è infatti che si spediscono i rei nella camera a gas, ma con calma, lasciando tutto il tempo ai ripensamenti non solo per quelli che hanno avvocati buoni o almeno tenaci che presentano tutti i ricorsi immaginabili con le motivazioni più sottili prima di aggrapparsi all’extrema ratio della domanda di grazia, ma anche ai poveracci che si debbono accontentare di un difensore d’ufficio oppure ai rinunciatari, gli stanchi, o gli estremamente pentiti che invece, una volta condannati, preferirebbero che la sentenza venisse eseguita al più presto.
Non sono frequentissimi, per la verità, ma qualcuno c’è. E anche nel loro caso la procedura va rispettata. Se non fanno ricorso gli interessati scatta un meccanismo automatico per il riesame del verdetto, anche se soprattutto sul piano puramente formale. Insomma, fra la sentenza e l’esecuzione passano in media dai dieci ai dodici anni. Ma anche venti, come nel caso di Williams. C’è chi esalta questo sistema perché offre, dicono, il massimo delle garanzie contro gli errori giudiziari. Altri lo criticano come un’inutile crudeltà e arguiscono che in questo modo un condannato prima sconta l’ergastolo e poi la pena di morte. Ma c’è qualcuno che tutto quel tempo vuoto lo impiega bene, magari a fin di bene. Fu famoso quel detenuto di Alcatraz che si dedicò ad accudire uccellini. È diventato famoso Stanley «Tookey» Williams, che conduce un’opera di «apostolato». L’ha definita così un sacerdote della Louisiana, che lo ha segnalato, fra l’altro, alla Casa Bianca. Il suo impegno si può anche definire una continua predica: dal braccio della morte egli si rivolge ai giovani, e il suo messaggio si può riassumere in quattro parole quattro: «Non fate come me». Non fondate altre gang, non diventatene membri, non vi mettete nei guai e, per cominciare, state lontani dalla strada. E Per la pace nelle strade è il titolo di un libro che Williams ha scritto e il nome dell’organizzazione che ha fondato. E che lo ha reso famoso in tutta l’America e nel mondo, al punto che nel 2001 fu fra i candidati al premio Nobel per la pace, un onore condiviso, fra l’altro, con Giovanni Paolo II, con Vaclav Havel e con due ex presidenti degli Stati Uniti, Jimmy Carter e Bill Clinton.
Adesso Williams ha a che fare con un presidente che gli interessa di più, quello in carica. La segnalazione di quel prete della Louisiana, infatti, è servita a far recapitare a Williams la lettera di un mittente che di solito non si rivolge a un indirizzo del braccio della morte: la Casa Bianca. Con l’annuncio che gli è stato attribuito il premio «Call to service». Firmato George Bush. Che però, anche volendo, non gli potrebbe conferire il premio cui certamente Williams tiene di più: la grazia. Infatti questa non è tra le prerogative presidenziali, ma è riservata ai governatori dei singoli Stati.
La patata bollente passa così ora nelle mani di Arnold Schwarzenegger. La motivazione per un provvedimento di clemenza ci sarebbe: da morto, il detenuto esemplare non potrebbe più dare buoni consigli a nessuno.