Il premier: basta regali ai sindacati, fanno politica

Adalberto Signore

da Roma

«Sì, sì... l’ho detto». Uscendo da Palazzo Wedekind, al termine dell’Assemblea costituente del partito unico dei moderati del centrodestra, Silvio Berlusconi non si fa pregare. E a un cronista che gli chiede conferma di quanto detto nel suo intervento di qualche minuto prima, replica secco: «Ma a lei risulta che non sia così?». Oggetto del contendere è il suo j’accuse contro il sistema bancario italiano, «ormai in mano alla sinistra». Convinzione che il presidente del Consiglio ribadisce senza esitazioni, perché «se gli amministratori di certe banche vanno a dare il loro voto alle primarie mi sembra che il loro posizionamento politico sia chiaro». Berlusconi ce l’ha con Corrado Passera, Alessandro Profumo, Luigi Abete e Giovanni Consorte che domenica scorsa si sono presentati ai seggi dell’Unione. E incalzando i giornalisti ripete quanto detto davanti all’Assemblea del partito unico qualche istante prima: «Mettiamole tutte in fila. Se si toglie Capitalia, si vedrà che le principali banche sono di sinistra, dalla Bnl che è dell’Unipol al Montepaschi di Siena. Su questo gli italiani devono riflettere». Un concetto, questo, che il premier ribadirà più volte nel corso della giornata, allargandolo ben oltre la questione banche. Perché - spiega in serata nel corso di una conferenza stampa nel «parlamentino» di Palazzo Grazioli - pure «sindacati, patronati, magistratura, scuola e università» sono «nelle loro mani». Senza dimenticare «Comuni, Regioni, la gran parte dei giornali e la televisione pubblica, dove l’85 per cento dei giornalisti è iscritto a un sindacato di sinistra». Certo, ammette non senza ironia, questo è anche un «merito» per loro, «visto che anch’io quando sono entrato in politica ho cercato di costruire una classe dirigente liberale ma i posti erano già occupati». Insomma, tira le fila il premier, «tutte le casematte del potere sono della sinistra». E, quindi, «sarebbe estremamente pericoloso se a queste si aggiungessero anche il Parlamento e il governo».
Berlusconi ha parole dure anche per i sindacati, perché sul provvedimento per il Tfr, fermo a Palazzo Chigi, «non bisogna fare altri regali». Così, dice il presidente del Consiglio aprendo un fronte polemico con il ministro del Welfare Roberto Maroni, «regaliamo montagne di soldi ai sindacati che sono in opposizione a noi e non li usano per il bene di tutti». E nonostante le perplessità manifestate dalla Lega e pure da An, insiste: «Su questo interverrà ancora il Parlamento, ma credo che ci debba essere libertà vera, per i lavoratori, di scegliere fin dall’inizio che cosa fare del proprio Tfr». «La mia opinione - aggiunge rispondendo a chi gli chiede delle obiezioni di Maroni - è condivisa dalla grande maggioranza di tutti i ministri».
Sui temi economici Berlusconi spazia a 360 gradi. Parla del Pil, esclude tasse su Bot e Cct, torna sulla questione delle privatizzazioni e lancia la proposta dell’euro di carta. «Non so cosa possiamo inventarci - spiega - per far capire che l’economia non va così male. C’è ripresa, le aziende fanno profitti». E aggiunge: «Secondo il presidente dell’Istat, gli italiani hanno una ricchezza familiare che è vicina ormai a dieci volte il Pil. Quindi siamo il Paese che globalmente è il più ricco d’Europa. Si tratta di un fatto che è assolutamente positivo e che invece il centrosinistra usa al contrario». E a sostegno della sua tesi cita «una bella notizia»: «Anche per il terzo trimestre c’è una crescita del Pil dello 0,7 per cento che ci porterebbe a un buon fine anno». Il premier torna sulla decisione del governo di fare alcuni tagli, come ad esempio nel settore della cultura, e ricorda come la Scala di Milano abbia mille dipendenti quando ne basterebbero 400 («sono 800», replicherà in serata la direzione del Teatro). Poi assicura che le privatizzazioni si faranno («Eni e Enel saranno le prime»), ha parole di stima per Antonio Fazio (la sua audizione al Senato sulla Finanziaria è stata «oggettiva come sempre» e «senza sovrastrutture e contorni inutili») e parlando dei rischi che affronta chi opera sui mercati finanziari si lascia andare a una battuta sul «povero» Stefano Ricucci («si fa per dire, credo che gli invidiamo tutti qualcosa e sapete cosa...»).
Sulla legge Biagi e la tassazione delle rendite, invece, il premier non si lascia sfuggire l’occasione per lanciare un’altra bordata a Romano Prodi. «Cambiare la legge Biagi - dice - sarebbe una cosa veramente sbagliata» perché «ci ha consentito di avere il livello di disoccupazione più basso dal Dopoguerra». Ancora più duro sulle rendite: «Ho sentito in televisione che Prodi vuole tassare Bot e Cct. Vuol dire che non capisce nulla di economia, è come dire agli investitori di andare all’estero». Insomma, è la chiosa, se la sinistra vuole «mettere a zero tutte le riforme» della Cdl allora «si tratta di un programma in negativo e io non ho mai visto aver successo nulla che fosse unicamente distruttivo».
Poi, la vecchia idea «cara a Giulio Tremonti», dice il premier illustrando a Palazzo Grazioli «un documento sottoscritto dalla maggioranza degli eurodeputati» per chiedere alla Bce l’introduzione della banconota di carta da 1 e 2 euro. Un’intesa «trasversale» che coinvolge tutti i gruppi politici. Gli italiani? «Hanno firmato in blocco ad eccezione di Fausto Bertinotti. Ha detto che non voleva farmi un favore personale, quale poi sia questo favore proprio non lo so...».