Il premier chiede la tregua su Rai e riforme

Berlusconi al Senato ribadisce i toni distensivi nei confronti
dell’opposizione. E assicura: &quot;Ripresa economica vera priorità. Sulla tv di Stato occorre uscire da una guerra quasi ventennale&quot;. Poi apre al Pd su alcune &quot;misure impopolari&quot;.<strong> </strong><a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani" target="_blank"><strong>Berlusconi, Veltroni e i nemici del dialogo. Dì la tua</strong></a>

Roma - La guerra è finita. Su tutti i fronti. Il ritorno di Silvio Berlusconi alla guida del Consiglio dei ministri è segnato da una svolta profonda nei rapporti con l’opposizione, che saranno improntati al dialogo. La disponibilità all’ascolto, però, non sarà solo formale, ma si tradurrà in atti concreti. Anche sul versante radiotelevisivo ed è questa una delle principali novità dell’intervento del premier ieri al Senato.

Al Pd, infatti, sono state offerte certezze sul tema delle riforme istituzionali oltreché «garanzie di autonomia e libertà di informazione, a partire dalla necessaria indipendenza del servizio pubblico televisivo». Lo spirito bipartisan richiesto da Veltroni, soprattutto sulla questione Rai, è la bussola. Su tali punti, ha sottolineato Berlusconi, «abbiamo garantito la nostra adesione» perché «anche su questo terreno, in passato fonte di incomprensione e di scontri, si può uscire da quella che è stata una guerra quasi ventennale».

Il nuovo esecutivo, tuttavia, dovrà nel breve termine passare dalle dichiarazioni programmatiche ai fatti. E sulle azioni da compiere Berlusconi ha già le idee chiare. Il decreto sulla sicurezza, che si prefigge di contrastare l’immigrazione clandestina, è «praticamente ultimato» e sarà varato al prossimo Consiglio dei ministri di Napoli. Il governo, ha precisato il Cavaliere, «non adotterà mai svolte repressive, incompatibili con la nostra tradizione liberale, attenta ai diritti civili di ogni essere umano». Nell’ambito di queste tutele, però, «agiremo con tutta la durezza e la severità che si impongono per difendere soprattutto i cittadini più deboli e per colpire quella vasta criminalità, che purtroppo constatiamo esistere nel nostro Paese».

Il contrasto dell’illegalità sarà accompagnato anche da misure urgenti che possano agevolare la ripresa economica del Paese: ridare potere d’acquisto alle famiglie e competitività alle imprese è «priorità tra le priorità» visto che la crescita della spesa pubblica e quella conseguente della tassazione hanno «affossato» le potenzialità di crescita. Quella che Berlusconi ha tracciato ai senatori è l’immagine di un’Italia in forte difficoltà: costo dell’energia «superiore del 30-35% rispetto agli altri Paesi europei», costo della pubblica amministrazione più alto del 50% rispetto a Spagna, Irlanda e Germania, deficit infrastrutturale, evasione fiscale stimata a quota 100 miliardi, costante declino nelle classifiche di competitività internazionale e perdita di quote di mercato nel commercio estero e nel turismo.

Comunque, ai deputati che hanno avuto modo di conversare con lui durante il voto di fiducia ieri alla Camera Berlusconi avrebbe anticipato che nel prossimo Consiglio si darà «un segnale chiaro» con tre decreti: agevolazioni alle imprese, detassazione degli straordinari e abolizione dell’Ici sulla prima casa. «Voglio che tutti i provvedimenti abbiano piena copertura», avrebbe assicurato Berlusconi, ma la verifica dei conti è ancora in corso e «la situazione è meno bella di quello che dicono nel centrosinistra». In ogni caso, gli impegni di spesa non sono elevati (al massimo 4 miliardi di euro; ndr) e la clausola Ue «good times, bad times» consente un lieve peggioramento del rapporto deficit-pil quando la crescita economica è bassa.

Il dialogo con l’opposizione è quindi necessario perché alcuni rimedi richiederanno l’adozione di «misure impopolari», ma ieri al Senato il premier ha voluto inviare un messaggio chiaro anche sul tema della riduzione dei costi e dei privilegi della politica. «Se la classe dirigente - ha affermato - vuole mettere mano con successo alle misure necessarie per contrastare la presente crisi deve essere autorevole e credibile. Per questo mi auguro che il nostro Parlamento voglia mettere fine, con un impegno unanime, ad alcuni privilegi discutibili del ceto politico». Non è un discorso populista e «anti-casta», ma una presa d’atto. «La politica, il Parlamento, il governo - ha concluso - devono produrre risultati tangibili per gli italiani, perché non ci saranno ulteriori prove d’appello». La guerra è finita: adesso «se pò fa’».