IL PREMIER AL CONVEGNO

nostro inviato a Santa Margherita Ligure (Genova)

La strada verso le riforme nel mercato del lavoro è tracciata, ma superare gli ostacoli frapposti da una parte del sindacato sarà un'impresa ardua. Anche se la politica dei veti rischia di portare all'estinzione una buona fetta di rappresentanti dei lavoratori così come è accaduto alla sinistra radicale nelle elezioni dello scorso aprile.
Il convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria ieri ha ospitato l'intervento del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. L'esordio è stato quasi uno shock per una platea che fino a pochi minuti prima aveva visto confrontarsi i segretari generali di Cgil e Cisl, Guglielmo Epifani e Raffaele Bonanni, costellando con molti distinguo le proprie repliche alla proposta confindustriale di spostare la contrattazione verso le aziende lasciando all'ambito nazionale il ruolo di quadro.
Niente barocchismi, Sacconi ha messo subito in chiaro che «occorre una scossa più che una terapia» e che il governo ha l'obiettivo di «liberare l'impresa e liberare il lavoro dai tanti vincoli che impediscono la crescita dei profitti e dei salari».
Dopo la premessa iniziale, ogni intervento proposto da Sacconi è stato salutato dai convinti applausi della platea imprenditoriale. In primo luogo, il ministro punta a rivedere alcune delle controriforme in materia di lavoro messe in atto dal governo Prodi. «Abrogheremo la disciplina che rende le dimissioni volontarie un atto complicato, una legge demenziale», ha detto riferendosi alla normativa del ministro Damiano che obbliga a scaricare un modulo da Internet per abbandonare la propria occupazione. «Cancelleremo libro matricola e libro paga, sostituiti da un semplice libro presenze presso i consulenti del lavoro», ha aggiunto preannunciando che verrà rivisto anche il testo unico su salute e sicurezza che costringe le imprese a inutili formalismi.
«Riprenderemo in modo chirurgico una semplice deregolazione di alcune tipologie contrattuali», ha proseguito anticipando l'intenzione di sottoporre ai sindacati la possibilità di deroghe sulla durata dei contratti a termine e l'ulteriore sviluppo del voucher, (un buono-lavoro prepagato utilizzato in agricoltura; ndr).
Infine Sacconi ha manifestato la volontà di «deregolare tutto ciò che attiene alla flessibilità dell'orario di lavoro», a cominciare dal part time. Obiettivo è superare le «logiche esoteriche» delle relazioni sindacali e richiedere «meno adempimenti e controlli» con la possibilità, in prospettiva, di un maggiore coinvolgimento dei dipendenti negli utili di impresa.
Il leader della Cgil Epifani non ha certo cincischiato e ha da subito espresso il proprio «dissenso radicale» con il ministro dichiarando il proprio «disaccordo su quasi tutto». Conciliante il cislino Bonanni che intende «vedere le carte» prima di parlare.
Ma di sicuro le premesse per il tavolo sui contratti di martedì prossimo avrebbero potuto essere migliori. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, pur accelerando l'intervento causa malore del premier, ha messo nero su bianco tre punti fermi «inderogabili». Primo, certezza delle regole e sanzioni contro chi non rispetta gli accordi. Secondo, non contrattare due volte la stessa cosa. Terzo, una contrattazione che tenda sempre di più al livello aziendale. «Non faremo un accordo a tutti i costi - ha concluso - la riforma del modello contrattuale deve essere un mezzo per creare più ricchezza non un fine. Non cerchiamo un'intesa purché sia, un'intesa di facciata». Anche qui Epifani ha avuto da ridire. «Provocazioni e paradossi nemmeno tanto moderni», ha commentato alludendo al contratto individuale proposto dalla presidente dei Giovani imprenditori, Federica Guidi.
Prevede cattivo tempo sul meteo delle relazioni industriali anche il segretario dell'Ugl, Renata Polverini, che ha lasciato il convegno discutendo proprio con Epifani. «La riforma dei contratti - ha spiegato - rischia di partire zoppa. Se l'idea è quella di una deregulation totale, ciò potrebbe rendere il tavolo addirittura superfluo».
Eppure Epifani e Sacconi, ieri tanto distanti, provengono dalla medesima scuola, quella del Psi. «La Cgil rischia di seguire la stessa disfatta della sinistra radicale se non riflette su se stessa e se non ritrova una strada riformista», ha concluso rammaricato il ministro.