PREMIER E D’ALEMA IN TRAPPOLA

Prodi e D'Alema hanno voluto a tutti i costi a Roma la cosiddetta «conferenza di pace» sul Libano che il Dipartimento di Stato americano nei suoi documenti ufficiali continua a derubricare a semplice «incontro». Da una parte l'Unione aveva bisogno di un qualche «successo» diplomatico dopo varie figuracce internazionali. Dall'altro, accodandosi alla Francia e a Kofi Annan, il duo Prodi-D'Alema aveva in programma una trappola anti-israeliana, che corrisponde ai sentimenti profondi della sua maggioranza e avrebbe anche rabbonito l'ultra-sinistra.
Si è perfino arrivati al ridicolo, quando varie «veline rosse» hanno lasciato circolare le voci di una Condy Rice non insensibile al fascino latino di D'Alema. Finora il segretario di Stato aveva avuto come accompagnatori solo aitanti campioni dello sport: può darsi che D'Alema abbia supplito evidenziando le sue credenziali di tifoso romanista. A proposito di tifosi, meno apprezzata deve essere stata l'idea di alloggiare la povera Condy nello stesso albergo dove andava in onda il convulso finale del processo al calcio, con annessa gazzarra notturna di centinaia di tifosi urlanti.
Fatto sta che la Rice non si è fatta incantare. Nella sostanza Onu, Italia e Francia chiedevano il cessate il fuoco immediato seguito dall'intervento in Libano di una «forza di interposizione» sotto comando europeo e senza chiare indicazioni di disarmare gli Hezbollah come impone al Libano la risoluzione Onu 1559, che il povero governo libanese non è in grado di attuare. Il risultato sarebbe consistito semplicemente nel fermare l'esercito israeliano nella sua opera di smantellamento delle posizioni da cui partono i razzi contro Israele, mentre togliendo il blocco aereo e navale sul Libano dalla Siria e dall'Iran sarebbero ricominciati ad affluire agli Hezbollah nuovi missili ancora più potenti. La forza degli Hezbollah sarebbe rimasta intatta, o peggio rafforzata. La Rice ha bloccato la trappola, firmando solo per un cessate il fuoco «durevole e permanente», cioè non «immediato», e fondato sul disarmo degli Hezbollah, e per una forza internazionale ancora tutta da definire ma comunque impegnata a permettere al Libano il controllo di «tutto il suo territorio», dunque senza zone franche in mano agli Hezbollah.
Così, D'Alema e Prodi si sono trovati in mezzo alla trappola da loro stessi favorita se non ideata. Infatti sostenere una forza di interposizione senza ordini di disarmare gli Hezbollah manderebbe in fumo i tentativi di D'Alema di accreditare l'attuale governo italiano a Washington come non ostile agli Stati Uniti e a Israele. Mentre partecipando a una forza internazionale impegnata ad attuare la risoluzione 1559 disarmando i terroristi sciiti il governo Prodi andrebbe a casa. Non sette o otto dissidenti, ma Giordano e Diliberto in persona hanno avvisato che sostenere una forza di interposizione «ostile» agli Hezbollah farebbe uscire dalla maggioranza Rifondazione e soprattutto i Comunisti Italiani, che con gli Hezbollah sono quasi gemellati. Non si è ingannata dunque la Cnn, che ha intitolato il suo servizio dall'Italia «Le discussioni a Roma si rivelano un fallimento» e definito il comunicato finale «un semplice tentativo degli organizzatori di salvare la faccia». La situazione del Libano sarà risolta - da Israele sul terreno e dagli Stati Uniti con la diplomazia - altrove. Quanto al duo Prodi-D'Alema, ha fatto la figura dei pifferi di montagna, che scesero a valle con l'idea di suonare e finirono suonati.