Il premier di ferro che si sentiva solo un burocrate

La sua vita fu scandita da tre telegrammi. Il primo arrivò nel mezzo dell’unica scappatella che l’austero sposo si sia mai concesso. Un amore platonico di cui egli stesso parla con naturalezza in una lettera alla moglie Johanna rimasta in Pomerania. Il quarantasettenne, in villeggiatura a Biarritz, aveva appena conosciuto la ventiduenne Katharina Orlova in vacanza col marito. La giovanetta lo aveva colpito per la vivacità. A lei erano piaciuti i modi franchi del baffuto diplomatico. D’altronde, anche il marito di Katharina, ambasciatore russo in Belgio, era felice di frequentare il celebre collega. I tre trascorrevano insieme le giornate e la passione restava sui binari della più rigida correttezza.
Il telegramma lo raggiunse mentre, con gli sposi, era in gita sui Pirenei che da Biarritz distano poche miglia. «Periculum in mora. Dépéchez vous!», questo il testo inviato dal suo amico e ministro della Guerra, Von Roon. In altre parole, affrettati a tornare, indugiare è dannoso. Era il messaggio che aspettava da anni. Il tempo di salutare, farsi 25 ore di treno e il Nostro si trovò di fronte al re Guglielmo. Il sovrano ne diffidava ma sapeva di non potere fare a meno di lui.
Il Parlamento era diviso sulla questione di rafforzare l’esercito. La maggioranza liberale era contraria, ma la Corona lo voleva a tutti i costi. Il re, a mal partito, minacciava di abdicare. Il solo che potesse ribaltare la situazione in suo favore era adesso di fronte a lui e stava dicendo: «Mi sento come un vassallo che vede il proprio signore in pericolo. Ciò che posso, Vostra Maestà disponga». Guglielmo gli chiese: «Siete disposto a creare un esercito degno del Paese?». «Sì», fu la risposta. «Anche in caso di decisione contraria del Parlamento?», chiese ancora il re. «Sì», fu di nuovo la risposta. «Allora non abdico», disse il re e consegnò il Paese al Nostro.
Il nuovo premier era arrivato alla politica per vie traverse, combattuto da diverse ambizioni. «Mi è successo - disse - ciò che vale per le trote nello stagno. L’una divora l’altra, finché ne rimane una, vecchia e grossa. Così, in me, la passione politica ha divorato, col tempo, tutte le altre». Il suo istinto lo portava alla vita agreste. Di famiglia Junker, la nobiltà terriera della Germania del Nord, aveva ereditato dal padre e dalla madre varie proprietà in Pomerania e nel Brandeburgo. Dopo essere stato uditore giudiziario, aveva abbandonato l’impiego a 24 anni e si era dato alla cura dei possedimenti. In provincia si fece la nomea di «matto» per gli amori, le gozzoviglie, le cavalcate, ma anche per il suo improvviso tuffarsi notti intere sui libri. Acquisì in questo modo dilettantesco una notevole maestria nello scrivere. Tanto da essere oggi considerato, per la chiarezza delle Memorie vergate alla fine della sua vita, tra i maggiori scrittori tedeschi del XIX secolo.
Ma la campagna non poteva esaurire le attese del Nostro. In quanto Junker, apparteneva alle 25mila famiglie che detenevano tutto il potere civile e militare della Nazione. Soldato però non si sentiva. Semmai burocrate, ma non nel modo pedantesco della tradizione. «L’impiegato prussiano - scrisse - somiglia all’elemento singolo di un’orchestra. Deve eseguire il suo pezzo senza visione d’insieme, come gli viene prescritto. Io, invece, voglio essere quello che fa la musica e farla come io intendo farla». Fu così che dopo dieci anni, nel 1849, lasciò la campagna e tornò a Berlino pieno di energie. Troppe, tanto da essere subito isolato. Per la sua bravura il re lo aveva inserito in una lista di potenziali ministri, ma annotando a margine: «Reazionario, odora di sangue, buono solo in caso di necessità, quando regni senza freni la baionetta». Tenuto lontano dal potere per una dozzina di anni, con compiti marginali, l’emergenza arrivò nelle circostanze che sappiamo. Dopo il colloquio con Guglielmo, ebbe carta bianca nella conduzione del Regno per 28 anni.
Era al comando da otto quando arrivò il secondo telegramma. Lo aveva spedito il re che passava le acque a Bad Ems. Gli riferiva di un colloquio con l’ambasciatore francese conte Benedetti che, a nome di Napoleone III, chiedeva alla Germania assicurazioni che lui, Guglielmo, non si era sentito di dare. «Decida lei», concludeva il sovrano. Il Nostro, senza tradire la sostanza dello scritto regio, lo mutilò di tutte le cortesie diplomatiche, così da fare apparire che il re aveva scacciato l’inviato francese. Reso pubblico il dispaccio, un’ondata di indignazione patriottica spinse la Francia a dichiarare guerra a Berlino. Esattamente ciò che il Nostro voleva. La sconfitta in pochi giorni di Napoleone III fu il capolavoro politico che consegnò alla storia l’astuto premier germanico.
Il terzo telegramma ci restituisce l’uomo. A spedirlo stavolta fu lui e destinataria la moglie Johanna von Puttkamer per l’anniversario delle nozze. «Ringrazio Iddio e te per 40 anni di amore. Ossia per 14.610 giorni, 2088 domeniche e dieci 29 febbraio, belli e brutti, ma assai più belli che brutti». Un’inedita contabilità amorosa nel più puro spirito prussiano che il Nostro incarnò come nessuno.
Chi era?