Il premier: ho mentito per vincere Opposizione in piazza in Ungheria

Nel nastro audio di una riunione a porte chiuse del partito socialista dello scorso maggio, trasmesso dalla Tv di Stato, Ferenc Gyurcsany ammette «troppe bugie agli elettori»

Roberto Fabbri

Una registrazione audio, nella quale il premier socialista Ferenc Gyurcsany ammette davanti ai dirigenti del suo partito di aver mentito sistematicamente agli elettori, sta scatenando un putiferio in Ungheria. L’opposizione di centrodestra, a meno di due settimane dalle cruciali elezioni amministrative del primo ottobre, manifesta nelle piazze e chiede le dimissioni del capo del governo. Se questo non avverrà il partito Fidesz, principale forza di opposizione, si dice pronto a «ricorrere a tutti gli strumenti che la Costituzione mette a disposizione» per mandare Gyurcsany a casa. Ma mentre il presidente della Repubblica Laszlo Solyom parla di crisi morale dell’Ungheria e chiama in causa Gyurcsany, il premier non ha alcuna intenzione di dimettersi e tenta invece di giustificarsi.
Il contenuto del nastro, diffuso dapprima su internet e poi sulla stessa radio nazionale ungherese, è effettivamente esplosivo. La registrazione, della durata di 25 minuti, risale allo scorso maggio ed è stata fatta nel corso di una riunione a porte chiuse del partito socialista, erede riformato del partito comunista che governò il Paese per il quarantennio di alleanza forzata dell’Ungheria con l’Unione Sovietica; il “milionario rosso” Gyurcsany gode di molta popolarità personale ed era fin qui considerato una figura simbolo della socialdemocrazia all’europea. Nel nastro il premier dice cose pesantissime e inequivocabili, inframmezzandole con imprecazioni ed espressioni volgari: «Abbiamo mentito dalla mattina alla sera, non solo per un po’, ma per tanto tempo», «È chiaro che quello che dicevamo non era vero», «Negli ultimi quattro anni non abbiamo fatto nulla», «Nessun Paese in Europa ha fatto cose tanto imprudenti come noi», «Non potete citarmi un solo provvedimento significativo del governo di cui possiamo dirci orgogliosi, a parte il fatto che abbiamo mantenuto il potere».
In uno sfogo incontenibile, Gyurcsany si chiede davanti ai suoi colonnelli: «Se dovessimo rendere conto ai cittadini di quello che abbiamo fatto per quattro anni (i socialisti governano l’Ungheria dal 2002 e lui personalmente da 18 mesi, ndr) cosa diremmo? Il nostro Paese è sopravvissuto economicamente solo grazie alla provvidenza, all’abbondanza di denaro nell’economia mondiale e a centinaia di trucchetti».
Difficile negare che gli ungheresi siano stati ingannati. Prima delle elezioni il governo aveva promesso di ridurre le imposte, salvo poi invece approvare aumenti delle tasse e tagli della spesa pubblica per circa 3,7 miliardi di euro; inoltre quest’anno il deficit di bilancio sarà (lo ha annunciato il governo stesso) pari al 10,1% del prodotto interno lordo, quasi il doppio di quanto promesso in campagna elettorale.
Per queste e altre ragioni, come si diceva, l’opposizione è scatenata nel chiedere le dimissioni di Gyurcsany. La scorsa notte almeno tremila persone si sono radunate davanti al Parlamento di Budapest gridando «dimettiti» all’indirizzo del premier. Ieri una folla ancor più numerosa è tornata nella piazza Kossuth: molti portavano la storica bandiera bucata della rivolta democratica del 1956. Il presidente della Repubblica Solyom ha convocato ieri una conferenza stampa nel corso della quale ha detto che le parole di Gyurcsany «provocano una crisi morale nel Paese». Il capo dello Stato lamenta in particolare il fatto che il premier non solo non si assuma le proprie responsabilità, ma cerchi al contrario di giustificarsi. «Non mi riferivo agli ultimi due o quattro anni - ha detto Gyurcsany in un’intervista alla televisione di Stato - ma alle tante bugie della politica dalla transizione democratica in poi». Parole che hanno spinto Solyom a rimproverare il premier di «mettere a rischio la fiducia nella democrazia, facendolo consapevolmente e rivendicandolo».
Il litigioso centrodestra ungherese è per una volta compatto nel chiedere le dimissioni del governo, ma queste sono competenza del Parlamento e i due partiti della coalizione di centrosinistra non mostrano alcuna intenzione di volerle concedere. E al desolato presidente Solyom è toccato confermare che «la Costituzione, in questo tipo di situazione, non dà possibilità al presidente di intervenire». Ferenc Gyurcsany, bugiardo confesso, dovrebbe dunque restare al suo posto.