Il premier: "Non leggete i quotidiani". E chi censura "il Giornale" s’indigna

Berlusconi irritato dagli attacchi sul caso Ruby: "La stampa vi
imbroglia". E quella stessa sinistra che ci vorrebbe far chiudere grida
allo scandalo

Roma Sarà un disco rotto ma a fargli da accompagnamento c’è un coro sempre fermo sulla stessa nota. Dev’essere la trecentesima volta che Berlusconi si lamenta della stampa che lo detesta, ma qui ci si scandalizza come fosse la prima, e come se non si sapesse cosa pensa di Repubblica, dell’Unità, delle campagne che lo riguardano. Parte il disco rotto della Fnsi e dei garanti della pubblica informazione, sconvolti dal fatto che il premier non gradisca le paginate sulle seratine sexy, le diagnosi che lo danno malato, spacciato, un satrapo mediorientale. Reagire invece con sdegno allora se Berlusconi si permette di dire che, forse, «è meglio non leggerli i giornali, perché imbrogliano», uno sfogo che da giornalisti si può anche comprendere (noi altri qui si fa lo stesso mestiere) dopo cinque giorni di sputtanamento con particolari hard, attinti da una fonte di sicuro affidamento come una neodiciottenne marocchina con problematiche varie. Ma il Cav fa di più: annuncia una nuova legge sulle intercettazioni. Un tema, dice, che «è nel cuore degli italiani, abbiamo dei sondaggi che lo dicono». La riforma, aggiunge, si baserà su tre punti: «l’utilizzo di questo strumento dovrà essere limitato al terrorismo internazionale, alle organizzazioni criminali, alla pedofilia e agli omicidi; le intercettazioni non potranno essere prodotte come prove né dalla accusa né dalla difesa; chi pubblicherà il testo di intercettazioni dovrà subire un fermo della testata da tre a 30 giorni».
Invece no, non se lo può permettere questo sfogo, perché cosi «vuole imbavagliare la libera stampa» (arguta analisi dell’Idv), perché così è proprio «alla frutta» (Vita del Pd), perché così «è un disco rotto» (il sindacato dei giornalisti). È vero, è proprio un disco rotto, e sulla rottura avremmo qualcosa da aggiungere. Qui ne sappiamo qualcosa di bavagli e censure, quelli però del tipo politicamente corretto. Le querele o le minacce di querele, il mezzuccio subdolo e peloso che i politici (più furbi e ipocriti dello spericolato Berlusconi) usano per inibire la stampa e indurla al silenzio (o almeno provarci). Nella classifica dei grandi querelatori di giornalisti, in cima, ci sono gli stessi che ora prestano la voce al coro di disgusto per il premier. Sicuri che è peggio lo sfogo scorretto di Berlusconi alle letterine dei legali dei D’Alema, dei Fini, dei Di Pietro?
Dalle parti dell’opposizione, peraltro, come da quelle della Fnsi, il sindacato che dovrebbe tutelare i giornalisti (tutti), nemmeno una parola sulla curiosa idea di Gentiloni, ex ministro della Comunicazione, di denunciare il Giornale all’Authority per una frode a suo dire scandalosa: ci permettiamo, ogni tanto, di scrivere «Silvio» al posto di «Berlusconi». Un affronto alla democrazia, che secondo il piddino già ultracomunista merita un’istruttoria del Garante, e quindi una censura se non peggio. Non si è registrata alcuna reazione all’iniziativa censoria di Gentiloni. Processare un quotidiano perché chiama per nome un politico? Lo si fa, per brevità e per evitare ripetizioni, anche con «Max» (D’Alema), con «Walter» (o «Uòlter», ancora più simpatico), con «Pierferdy», addirittura con «Tonino», manco fosse un compagno di scuola. Ma scandaloso rimane «Silvio». E nessuno trova strana un’indagine su un quotidiano, con la minaccia di sanzioni. Sollecitare un’istruttoria perché un giornale appoggia una parte politica? Se Ghedini o Gasparri lo facessero con Repubblica o col Fatto, che si direbbe? Ci sarebbe la coda per lanciare in agenzia un comunicato di solidarietà ai colleghi minacciati? Invece, silenzio mistico per gli ingrati che lavorano dalla parte sbagliata.
Tra l’altro, come si diceva, non c’è neppure la novità. Quest’estate Berlusconi si era lamentato perché, con lui al G20, si dibatteva di quisquilie (sempre a sfondo pruriginoso) e non degli accordi internazionali lì siglati. «Da mesi i giornali fanno una disinformazione inconcepibile, i lettori dovrebbero scioperare, non i giornalisti». Cribbio, la censura, si disse. Prima ancora, vicenda D’Addario, si permise di parlare di «giornali spazzatura». Scandalo, ovviamente. Utile confrontare le succitate parole con quelle di D’Alema, che poche settimane prima aveva previsto «scosse», tipo sciamano. «Se qualcuno ha il coraggio di dire che manovro le inchieste giudiziarie io lo denuncio. Si tratta di un mascalzone e di un bugiardo», ringhiò rivolto alla stampa. Ma questo non era un attacco ai media, erano legittime precauzioni.