Il premier: «Una nuova Carta contro il partito dei giudici»

nostro inviato a Bonn

«Sono anni che mi sputtanano all’estero, sui giornali e nelle sedi istituzionali, e ora mi vengono a dire che dovevo stare zitto?». La polvere delle polemiche che seguono il j’accuse di Silvio Berlusconi davanti al Congresso del Ppe non si è ancora posata quando in più d’una conversazione privata il Cavaliere ribadisce con forza le sue posizioni. «Mi aggrediscono al punto che ora mi danno anche del mafioso - è il suo ragionamento - e io non avrei neanche il diritto di spiegare ai colleghi del mio stesso partito come stanno le cose?». Un concetto ripetuto a diversi interlocutori, a cui spiega di non avere alcuna intenzione di fare passi indietro: «Da oggi in poi parlerò della situazione italiana anche all’estero, in modo che a tutti sia chiara la condizione in cui siamo in Italia». E quando dice «tutti» il Cavaliere ce l’ha anche con Gianfranco Fini e Giorgio Napolitano, la cui presa di distanze trova eccessiva. Lo lascia intendere chiaramente in pubblico, quando a chi gli chiede conto della nota del presidente della Camera risponde di essere «stanco delle ipocrisie» e di «non aver nulla da chiarire». Ma è decisamente più duro in privato, perché di Fini «non se ne può più». «Ma non riusciva a stare zitto almeno fino a Natale?», ironizza. E anche nei confronti di Napolitano i toni non sono troppo concilianti, perché - ripete ai suoi collaboratori - sono «stufo» di «sentirmi dire che oltraggio le istituzioni» quando «la mia è l’unica carica che nessuno si preoccupa di difendere». «Quando dileggiano il premier - chiede dandosi già la risposta - mi dite chi è che alza la voce in sua difesa?». Il non detto è che non lo fanno né Fini né Napolitano. E poi, continua sempre in privato: «Dire che Napolitano è di sinistra è un’ovvietà come dire che Fini è stato fascista». Forse anche per questo il premier parla pubblicamente di «ipocrisia».
D’altra parte, la scelta di un palcoscenico internazionale per lanciare la controffensiva contro quello che definisce «il partito dei giudici» rappresenta decisamente un cambio di passo rispetto al passato. Berlusconi - lo ripete da mesi - è convinto che le vicende private, i processi in corso e le accuse dei pentiti, più che erodere i suoi consensi arrechino un danno all’immagine del Paese. Ecco perché per raccontare la sua verità, quella di un premier «con le palle», sceglie una platea di altissimo livello (manca il francese Nicolas Sarkozy, ma ci sono la tedesca Angela Merkel, l’olandese Jan Peter Balkenende, il lussemburghese Jean Claude Junker).
Quella di Berlusconi, insomma, non è solo una replica diretta alla bocciatura del Csm sul processo breve, ma un vero e proprio affondo - pacato e misurato nei toni, a testimoniare che l’intervento è stato tutto fuorché estemporaneo o casuale - nel quale non risparmia nessuno: la Consulta («organo politico»), il Quirinale («di sinistra»), l’opposizione («allo sbando»). «Lo faccio - spiega - perché molti giornali dei vostri Paesi hanno cambiato la realtà delle cose». Il premier rispolvera i dati dei sondaggi ai tempi del terremoto, quando godeva del 68% dei consensi. Poi, spiega, la «sinistra forte dell’80% della stampa ha inventato calunnie incredibili». Una campagna che in verità «mi ha solo rafforzato, visto che la gente dice “mamma mia, ma dove lo troviamo uno forte, duro e con le palle come Silvio Berlusconi?”». Il Cavaliere parla di momento «molto particolare» e più d’una volta usa le parole «periodo di transizione». In Italia, dice, «non c’è l’immunità parlamentare» e i pm non dipendono dall’esecutivo. Così, nel corso del tempo «si è formato un partito dei giudici» che insieme ad una sinistra «allo sbando» cerca di avere ragione del centrodestra «con i processi». «Posso vantare - aggiunge - 103 procedimenti, 587 visite della Guardia di finanza, 2520 udienze. Un record universale». Ma alla fine, dice, ci sono state solo «assoluzioni» perché «per fortuna solo una parte dei giudici sta con la sinistra», mentre «quelli del secondo e terzo livello sono veri, come negli altri Paesi».
Ma l’affondo è complessivo e coinvolge anche Corte costituzionale e Quirinale. «Il Parlamento fa le leggi - dice il premier - ma in Italia se le leggi non piacciono al partito dei giudici della sinistra, questo si rivolge alla Consulta composta per undici quinti da giudici della sinistra». Anche perché, aggiunge, «purtroppo» abbiamo avuto «tre presidenti della Repubblica consecutivi tutti di sinistra». Ecco come «da organo di garanzia la Corte costituzionale si è trasformata in organo politico che abroga le leggi del Parlamento». E anche di più, visto che bocciando il Lodo Alfano la Consulta «ha praticamente detto ai pm di riprendere la caccia all’uomo nei confronti del primo ministro». In Italia, insomma, «la sovranità è oggi passata dal Parlamento al partito dei giudici». Anche se, assicura Berlusconi chiudendo il suo intervento al Ppe, tutto ciò «cambierà presto». «Abbiamo una maggioranza in Parlamento - conclude - e stiamo operando per cambiare le cose anche attraverso una riforma della nostra Costituzione».