Il premier perde le staffe per nascondere il suo flop

Arturo Gismondi

Le prime reazioni alla sortita di Prodi che accusava gli italiani, immemori di sé e del futuro, di essere usciti pazzi sono state improntate a sconcerto da parte degli stessi alleati. C’è stato chi ha parlato di reazione infelice, chi di uno scoppio di rabbia, che sarebbe stato meglio controllare. Le stesse opposizioni, ribattendo che matto sarà stato lui e il suo governo avevano l’aria di considerare quella di Prodi una mattana, passerà anche questa.
Nel corso della fine-settimana, l’atteggiamento dell’Ulivo e dintorni, ma anche di taluni organi di stampa, è cambiato. Si è cominciato a sostenere che non di uscita estemporanea si trattava, ma dell’avvio di una strategia di comunicazione che, parlando agli italiani il linguaggio della verità, per rude che fosse, intendeva por fine a una incapacità, quella di comunicare il significato dell’operato del governo. E intanto degli scopi salvifici di una legge finanziaria che avrebbe svelato presto i suoi frutti positivi.
Restava il fatto che prima degli italiani andavano convinti i ministri se stando al vicepresidente del Consiglio D’Alema si era dinanzi «a un suk arabo nel quale ciascuno cerca di ottenere qualcosa». E se appena poche ore prima dell’imbarco del Prodi furioso sulla tratta ferroviaria Bologna-Crevalcore a una riunione del governo i ministri si erano divisi su tutto: su una bagatella come l’avvio dell’operazione Tfr, sulla fattibilità del Mose di Venezia, sulla applicazione di una riforma dei Pacs alle famiglie di immigrati, sui soldi da assegnare alla ricerca e su altro ancora. L’idea di un Prodi churchilliano che somministra agli italiani l’orazione delle lacrime e del sangue con certi precedenti appariva stentata, anche in mancanza di un Hitler alle porte di casa. Ma insomma i Sircana e i Ricky Levi ci hanno provato. Tanto, chi vuol essere convinto, come la Montalcini, lo sarà sempre.
Ha esagerato, e desta stupore il Corriere che ha dedicato una intera pagina al tema che anche gli statisti come le formiche a volte perdono le staffe, tanto è vero che parole simili a quelle di Prodi furono pronunciate da De Gasperi nel lontano 1946. L’autore dell’articolo, Paolo Conti, ha coinvolto a sostegno delle sue tesi Antonio Gambino, Giovanni Sabbatucci e altri serissimi personaggi. È sfuggito, al Corriere, qualche particolare. Il primo, un dettaglio: De Gasperi non accusò di follia e smemoratezza gli italiani tutti, ma «una certa parte» d’Italia che identificava coi comunisti. E soprattutto. Tenuto pure nel debito conto le dissidenze di personalità quali i ministri Ferrero, Mussi, Pecoraro Scanio, Rosy Bindi, la crisi affrontata da De Gasperi era alquanto più impegnativa visto che portò il primo ministro d’allora a soluzioni traumatiche. Il discorso citato dal Corriere è del 29 aprile 1947. Il 13 maggio De Gasperi presentò le dimissioni del terzo governo da lui presieduto, il 31 nacque il suo quarto governo con la esclusione dei comunisti di Togliatti e dei socialisti frontisti di Nenni. Come allora ci sono sempre i comunisti di mezzo, ma le somiglianze finiscono qui.
E le ragioni di una crisi e di una decisione tanto impegnativa da segnare i successivi cinquanta anni di vita repubblicana stavano nella divisione del mondo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Pochi mesi prima, nel suo famoso discorso di Fulton, Churchill aveva dichiarato che «una cortina di ferro è stata calata da Stettino a Trieste», che di ciò il mondo e l’Europa dovevano prendere atto. Era a questa situazione che De Gasperi dedicava la sua attenzione, e le sue decisioni.
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