Il premier: possibile solo governare insieme

Gianni Pennacchi

da Roma

Allo stato attuale «nessuno può dire di aver vinto», bisogna attendere il conteggio ufficiale della Cassazione che si avrà «a giorni»; dunque son stati «scorretti» Piero Fassino e Romano Prodi che hanno intonato vittoria ancor prima di conoscere il voto degli italiani all’estero. Questo l’incipit di Silvio Berlusconi ieri sera in conferenza stampa, prima di annunciare l’inattesa apertura: se la verifica legale dei verbali e delle 45mila schede contestate dovesse ribaltare l’esito annunciato dal Viminale e riconoscere alla Cdl il primato alla Camera, il premier proporrà all’Unione una Grosse Koalition, insomma un governo di unità nazionale sul modello tedesco, perché «non si può spaccare ancor più un Paese che è già diviso a metà». È in grado Prodi, di fare altrettanto? Lui, Berlusconi, è disposto anche ad un passo indietro, «per il bene comune» è disposto pure a rinunciare ai panni di Angela Merkel. Ma se il centrosinistra avesse dalla matematica la conferma del primato che ora vanta e volesse insistere sulla strada imboccata la notte dei risultati, sappia che il centrodestra non farà sconti, non fornirà «alcun aiuto di nessun tipo».
Niente soccorsi in politica estera come nella legislatura del ’96 dunque, il messaggio è chiaro e ribadito anche dagli alleati che gli siedono al fianco. Se Prodi vuol far da solo s’accomodi, «dimostri di saper governare con le sue forze»: il banco di prova arriva presto, già alla fine di giugno quando scade il finanziamento delle nostre missioni militari, non c’è solo l’Irak ma anche il Kosovo che nel ’99 fu possibile per D’Alema soltanto col voto del centrodestra.
Tutto ciò Berlusconi non lo dice, parla col tono della concordia di chi vuole «unire l’Italia», giunge persino a chiedere «venia» per quella espressione «che non è il massimo della finezza» usata «con gli amici imprenditori», e dunque non vuole che le sue parole vengano lette come un ricatto. Fini, temendo che la proposta di unità nazionale sia fraintesa e qualche giornale scriva di una «divisione con la Lega», lo invita a rileggere quel passo cruciale di un documento che i quattro hanno soppesato anche nelle virgole, durante lunghe ore che han fatto slittare la conferenza stampa da mezzogiorno alle 19. E Berlusconi rilegge: «Se dopo eventuali ulteriori verifiche, l’aritmetica dovesse dare ancora ragione al centrosinistra, toccherà a loro dimostrare se e come con una Italia divisa in due, saranno in grado di governare veramente il Paese».
Loro invece fanno appello e si offrono agli impegni del «senso di responsabilità». Perché al momento, quel che i numeri annunciati dal Viminale mostrano «è una maggioranza assoluta alla Cdl al Senato, e una maggioranza relativa, risicata, al centrosinistra alla Camera». Dunque, scandisce Berlusconi, «nessuno ancora può dire di aver vinto». Nel 2001, la differenza «tra i dati forniti dalla prima indicazione del Viminale e quelli sanciti dalla Cassazione era pari a 36mila voti», ora la differenza alla Camera è di 25.204 voti «ma c’è già un comune siciliano che aveva dettato 1.096 voti e dall’altra parte del telefono hanno sentito solo 96». Non è legittimo, chiedere qualche giorno d’attesa? In questi risultati ci sono «troppi lati oscuri», anche nelle schede giunte dall’estero «vi sono moltissime irregolarità».
Giudica sgradevole lo «spettacolo» offerto da Prodi e Fassino la notte dei risultati, «di fronte a un Paese che si divide al 50% da una parte e dall’altra, ci saremmo francamente aspettati un comportamento più responsabile. Sarebbe stato molto più responsabile dire: sediamoci a un tavolo e parliamo dei problemi concreti del Paese». Poi, dopo che han parlato anche Casini, Cesa e Maroni, rispondendo alla domanda sul che fare se i conti delle Corti d’appello e poi della Cassazione dovessero assegnare una Camera agli uni e l’altra agli altri, Berlusconi puntualizza la sua proposta: «Penso che se si vuole andare avanti senza barricate, dovremmo prendere qualche esempio dagli altri Paesi, come è successo in Germania. Occorre smettere le armi e ragionare in termini di unità, è un atto di umiltà, di realismo, non credo che all'Italia farebbe bene andare avanti con una guerra civile anche se solo a livello di parole e di politica. Si rischia di spaccare il Paese, bisogna pensare a un governo forte nell'interesse di tutti e non a scapito di qualcuno». Anche se il premio di maggioranza alla Camera, venisse riconosciuto alla Cdl? La risposta è sì: «Se dovessimo avere un vantaggio con i numeri, non è con questo vantaggio che potremmo fare il bene del Paese. Con 50 a 50 occorre pensare al bene di tutti i cittadini. Chi ha responsabilità politica dovrebbe guardare dentro se stesso e pensare agli interessi di tutto il paese. Potrei anche incontrare Prodi e i leader della sinistra». Facendo anche un passo indietro? «Di fronte all’interesse del Paese, non ho ambizioni personali», risponde di getto.