Il premier resta senza parole Ds e Margherita lo scaricano

Fassino e D’Alema: sollecitazioni importanti. Solo la sinistra s’infuria: «Parole da novello Savonarola»

da Roma

Quando Luca Cordero di Montezemolo ieri ha terminato la sua ultima relazione da presidente di Confindustria, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha partecipato all’applauso generale. Ma senza convinzione e con una compostezza affettata che strideva con la standing ovation degli imprenditori.
Stretto tra gli ex numeri uno di viale dell’Astronomia, Vittorio Merloni e Luigi Abete, e con Mario Monti alle spalle, il premier ha ascoltato tutto il discorso attentamente a volte commentandolo con i suoi vicini. Il volto, però, ha mascherato a stento l’imbarazzo con una seriosità di circostanza. «Si capiva che il suo pensiero dominante era, come si dice a Roma, “che ce so’ venuto a fa’», ha commentato sapidamente Daniela Santanché. D’altronde la requisitoria montezemoliana contro tasse, instabilità della maggioranza, estremismi della sinistra radicale e privilegi di casta non ha lasciato margine di manovra.
«La relazione non la commento, si commenta da sé», ha replicato il premier ai cronisti. Esaltando, per converso, il presidente di Confindustria. «Vuol dire che ha apprezzato», ha ribattuto Montezemolo. Il leader degli imprenditori scende in politica? «A me sembra che stia salendo... », ha detto a mezza bocca Prodi lodando l’intervento del suo ministro Bersani per aver fatto emergere «la necessità di riforma e di lavorare insieme per il futuro del Paese». La parsimonia di parole ha messo in risalto l’insoddisfazione del presidente del Consiglio nei confronti di un Montezemolo che ha rivendicato alle sole imprese il merito della crescita economica che pochi giorni fa Prodi si era attribuito. Nei retroscena affidati alle agenzie di stampa, invece, lo staff del premier ha ripetuto la solita litania: «È un j’accuse, ma non non c’è un progetto. Le critiche confermano che lavoriamo bene, ecc.».
Ma il vero termometro dello sfaldamento della maggioranza dinanzi all’invettiva montezemoliana (o «discesa in campo» che dir si voglia) sono state le parole del ministro dello Sviluppo economico. Bersani è andato a prendersi gli applausi della platea accennando alla «disponibilità al cambiamento». E poi l’esponente ds ha ribadito che «compito del governo non è distribuire il tesoretto ma fare politiche economiche». Infine la stoccata finale agli alleati della sinistra radicale: «La democrazia è stata inventata per decidere con la partecipazione dei cittadini e non per partecipare a prescindere dalla decisione».
Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario dei Ds, Piero Fassino. «È stato un colpo di frusta - ha detto - e credo che sarebbe sbagliato non cogliere la sollecitazione importante». «Ci sono tante considerazioni di cui tener conto», ha notato Massimo D’Alema. Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, ha sottolineato la «centralità della cultura dell’impresa, che significa riconoscimento del merito».
Se in Parisi emerge il malcontento per la costruzione gerontocratica del Partito democratico, i moderati dell’Unione ha rilevato lo sbandamento del governo di fronte alle tempeste politiche. «Montezemolo si è candidato a fare il premier e Bersani s’è candidato a fare il presidente di Confindustria», ha commentato il dl Renzo Lusetti. «Condivido la sfida di Montezemolo, ma la crisi della politica deve essere risolta dalla politica», ha messo le mani avanti Clemente Mastella.
La sinistra radicale s’è chiusa in se stessa. «Montezemolo è un novello Savonarola», ha chiosato il segretario del Prc, Franco Giordano, rivendicando «elementi di giustizia sociale». «Chi guida il Paese: il governo o la Confindustria?», s’è chiesto il verde Bonelli, preoccupato che parte della maggioranza abbia ammiccato al presidente degli imprenditori. Un ammiccamento, però, dettato dall’istinto di sopravvivenza.