Il premier riapre la partita per il Quirinale

Il leader della Cdl rilancia il partito unico: «Devo continuare l’opera di questi anni»

Adalberto Signore

da Roma

Sono passate solo poche ore da quando Fausto Bertinotti prima e Franco Marini poi hanno ottenuto il quorum necessario per essere eletti alla presidenza di Camera e Senato. Riaprendo, di fatto, la partita sui tempi dell’incarico a Romano Prodi, che dondola da settimane tra l’ipotesi di una convocazione lampo al Colle (entro il 13 maggio) e la possibilità che il tutto slitti a dopo la nomina del successore di Carlo Azeglio Ciampi. Poche ore, dicevamo, durante le quali Silvio Berlusconi decide di sparigliare e sposta il dibattito politico dal futuro del nuovo governo a quello del Quirinale.
Le dimissioni. Che il premier non abbia alcuna intenzione di presentare le dimissioni subito dopo il voto di Camera e Senato lo si capisce fin dalle prime ore della mattina. Anche perché, fanno notare da Palazzo Chigi, il via libera a Marini arriva pochi minuti prima delle 15 e alle 17 è previsto a Ciampino l’arrivo delle salme dei tre carabinieri uccisi a Nassirya. Così, premier e presidente della Repubblica si incontrano al termine delle esequie di Stato nella sala del cerimoniale dell’aeroporto. Un colloquio breve, nel quale i due si confrontano sulla tempistica istituzionale dei prossimi giorni. Che Berlusconi spiega appena tornato a Palazzo Grazioli: «Martedì alle 12.30 ci sarà il Consiglio dei ministri per le dimissioni e alle 13 andrò dal capo dello Stato». Poi una scaletta indicativa degli appuntamenti parlamentari: «Martedì si formeranno i gruppi e mercoledì si riuniranno per eleggere i direttivi. Da giovedì i gruppi saranno pronti ad essere gli interlocutori del presidente della Repubblica per eventuali consultazioni». E sulla possibilità che sia già Ciampi a dare l’incarico a Romano Prodi (come avverrebbe nel caso in cui le consultazioni fossero giovedì), il premier smussa: «Questo non lo so, non dovete chiederlo a me». Con un corollario: «I piani che ci avevano motivato ad accettare di anticipare le elezioni prevedevano questi passaggi: elezioni, elezione dei presidenti di Camera e Senato, elezione del presidente della Repubblica e poi il mandato a formare il governo. Ora non so, deciderà Ciampi».
La rosa per il Quirinale. Insomma, il premier pare mettere da parte il muro contro muro sulla data dell’incarico a Prodi e apre formalmente la partita per il Quirinale. Con l’Unione, dice, «ancora non c’è una trattativa» ma «presto mi incontrerò con gli alleati (martedì pomeriggio, ndr) e proporremo una rosa di tre nomi che abbiano radici nel nostro schieramento». E siccome la Casa delle libertà «rappresenta il 50% degli italiani», Berlusconi «invita» il centrosinistra ad accettare «la rosa» altrimenti faremo «un’opposizione durissima, non solo in aula». «Non penso», spiega, che metà del Paese «voglia farsi mettere sotto». Il premier non parla di manifestazioni di piazza («non voglio essere io a dirlo»), ma più di un deputato di Forza Italia racconta di come in questi giorni il partito sia bersagliato da fax e mail di protesta. «Se al Quirinale andasse D’Alema - sintetizza un senatore azzurro - faremmo fatica a fermare i nostri che vogliono scendere in piazza». Nel merito dei candidati al Colle, Berlusconi non entra. Con due eccezioni: Gianni Letta («farà sicuramente parte della rosa») e Giuliano Amato («una candidatura messa in campo dalla sinistra»). Davanti Palazzo Grazioli un cronista chiede se la rosa potrebbe essere formata da Letta, Casini e Pera. Il Cavaliere non si sbilancia ma con un cenno della mano lascia intendere che la previsione non è del tutto sbagliata: «È lei che propone questi nomi. Però, insomma...». Poi, torna sull’eventualità che al Quirinale possa andare «un candidato della sinistra», paventando il nascere di una «dittatura» dell’Unione perché «il Senato, la Camera, la presidenza del Consiglio e, conoscendone l’assetto, anche la Corte costituzionale, sono tutte guidate da uomini della sinistra». Insomma, aggiunge, «credo che almeno in una delle istituzioni principali dovrebbe andarci un esponente dell’opposizione». Scontato lo strascico polemico, con il coordinamento dell’Ulivo che accusa Berlusconi di «alimentare un pericoloso clima di tensione» e cercare di «estorcere il dialogo con le minacce, prefigurando scenari oscuri e parlando di opposizione non solo nelle aule». Replica a stretto giro il portavoce del premier Paolo Bonaiuti che cita le «migliaia di manifestazioni promosse in questi cinque anni» dal centrosinistra e chiosa: «Il nervosismo dell’Ulivo è incomprensibile».
Il fango, Casini e Fini. Il premier, poi, ribadisce di non voler lasciare la politica («sento la responsabilità di continuare l’opera di governo di questi anni») e rilancia il partito unico dei moderati («è il mio grande sogno»). Con una stoccata agli alleati: «Con Forza Italia al 24% ho fatto un miracolo. Fini e Casini si sono dovuti accontentare perché hanno avuto cinque anni di visibilità senza uno schizzo di fango. L’ho preso tutto io, tutti i giorni».
La «querelle» Tremonti. Il premier torna anche sullo strappo di Giulio Tremonti che, deluso dalla mancata nomina a capogruppo alla Camera, minaccia di lasciare Forza Italia. Io, spiega, ho «la capacità di convincere», non di «imporre». Insomma, «gli abbiamo proposto l’importante ruolo di speaker», con Elio Vito che resterebbe presidente dei deputati. «Ma - aggiunge - se questa soluzione non lo convince, allora martedì si potrà andare ad un voto democratico per decidere». La «soluzione sensata», dunque, è quella del doppio ruolo. Dovesse saltare, si voterà «come già successo anni fa per scegliere tra Martino e Pisanu».