Premier spiazzato: prima accelera, poi frena

"Sono totalmente d’accordo con Piero, ma è difficile fare una grande assemblea prima dell’estate". Venerdì summit con i vertici dell’Ulivo

Milano - La risposta è arrivata con posta celere. Celerissima. Contenente un entusiastico «sì», subito seguito da un più cauto «ma», come del resto è tipico del modus operandi dello scrivente. «Sono totalmente d’accordo con Fassino sulla necessità di accelerare il processo» di costituzione del futuro Partito democratico, ha detto ieri sera in prima battuta a Milano Romano Prodi, replicando alla lettera aperta inviatagli in mattinata dal segretario dei Ds. Lettera in cui Fassino raccomandava l’urgenza di fare chiarezza sulla road map che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe portare alla nascita del Pd.
Il presidente del Consiglio ha poi aggiunto che proprio in quest’ottica è nelle sue intenzioni riunire i vertici dell’Ulivo già venerdì prossimo per discutere di questo problema. «Conto di trovare per quel giorno una finestra in cui tutti possano liberarsi da impegni», ha detto Prodi. Che tuttavia, subito dopo, pur ribadendo anche lui la necessità di stringere i tempi di gestazione del nuovo soggetto politico, ha in un certo senso frenato l’entusiasmo iniziale. Ricordando a Fassino che a suo avviso sarà «difficile poter fare una grande assemblea prima dell’estate. In questo senso eravamo orientati verso la metà di ottobre in modo da poter avere una larga adesione di persone per prendere decisioni e costruire un’assemblea con radici fortemente popolari», ha puntualizzato il premier accogliendo quindi, ma al tempo stesso anche moderando, la pulsione costitutiva e la fregola di paternità del segretario dei Democratici di sinistra. «La definizione del cammino sarà fatta venerdì in una prima riunione operativa con i segretari di partito e i responsabili dei gruppi parlamentari in modo da avere un accordo formale e generale», ha precisato infatti il Professore.
Prodi ha fatto ieri queste dichiarazioni poco prima di prendere parte alla cerimonia inaugurale del forum internazionale «Economia e società aperta», organizzato dall’università Bocconi e dal Corriere della sera. Il presidente del Consiglio, giunto al Palazzo Reale milanese alle 18, attraversando a sorpresa, a piedi, piazza del Duomo, tra qualche fischio e la sovraeccitazione dello stuolo di uomini del servizio d’ordine, ha dedicato il suo intervento introduttivo alla necessità, da parte di chi governa, di trovare nuove strade affinchè la società - quella globale, quella mondiale - diventi ancora di più una realtà aperta. Affermando come sotto questo punto di vista la politica sia sempre rimasta indietro rispetto a quando fatto invece dall’economia. Anzi, ha detto Prodi, dal punto di vista politico sono state aperte «soltanto delle complicazioni», proprio mentre sul fronte dell’economia si è assistito a fenomeni di grande rilevanza. Come la crescita nei volumi del commercio mondiale, l’esplosione dei mercati finanziari, la storica concorrenza tra euro e dollaro, l’irruzione sulla scena di nuovi protagonisti, in particolare Cina e India.
E come esempio di ciò che l’Italia, pur nei suoi limiti oggettivi, può essere in grado di fare per contribuire a livello politico a questa ulteriore apertura della società globale, il presidente del Consiglio ha rivendicato quello che lui ritiene un motivo di particolare orgoglio circa l’operato del suo governo. E in particolare la sua stessa personale ostinazione perchè si allargasse il più possibile il numero dei Paesi partecipanti alla missione di interposizione in Libano. «Ho insistito in particolare affinché nella forza di pace entrasse anche la Cina», ha sottolineato Prodi, sostenendo come a suo avviso «la presenza anche di pochi soldati cinesi a quella missione costituisca un fatto di enorme portata». Perché «se la Cina si risveglia anche politicamente, può diventare una grande forza a favore della cooperazione».
Prodi ha però anche dato una tirata d’orecchie al Paese, puntando da professore il dito verso un settore, quello della scuola e dell’istruzione, soprattutto di livello superiore. L’Italia ha infatti un sistema accademico bloccato, dove non vengono né studenti a laurearsi né tantomeno professori stranieri a insegnare. E questa, ha lamentato il premier, è «una preoccupante anomalia».