Il premier zen

Adesso pure questa. Assediato dal panico di Mastella, dai soci di Veltroni, e dai presagi più sinistri, in tutti i sensi, Prodi non sa che replicare. Bofonchia, mastica le parole al solito come fossero fette di salame, poi la butta là. Ci spiega: «Seguo la filosofia zen». Ma non poteva inventarsi un paragone più goffo. Perché cosa c'entra lui ogni volta ansante, scontato e terragno, con quella che è forse la più indefinibile, lieve e sempre paradossale, corrente del buddismo? Il suo governo tra l'altro ha vissuto così male, senza levità o pace, e nell'affanno continuo più greve. La serie reiterata di furbate da sacrestano che egli ha inventato, tra ire mal sopite e gesta di travestiti, tutto possono dirsi poi fuorché il nirvana. E non si tratta qui tanto di riferirsi alle varie misure sventate di questo governo, ma appunto soltanto alle maniere che ha esibito. A quelle sue morali ostentate, e però mastellate, goffe e subito ricalcolate, per via di continui rinnegamenti, ricatti comunisti e dovizia di trovate per restare a galla. Ben altro dal solenne distacco del buddismo del Grande Veicolo, dalle segrete illuminazioni. Per non dire dei paradossi istantanei o delle gesta garbate della cerimonia del tè. Con le migliori intenzioni: ma come si può compararle alle furbate da sacrestano in cui il povero Prodi ha eccelso? Illuminato peraltro solo dai vari giochini contabili, indegni e noiosi, divulgati col labbro pendulo e occhi spenti da Padoa-Schioppa.
Un'affiliazione più fuori luogo dello zen non si poteva proprio scegliere. Anche perché questo filone del buddismo, fu quello preferito dal militarismo in Giappone e ne assecondò le efferatezze della Seconda Guerra Mondiale. Dunque già da sola, non fossero i comunisti così ignoranti, e fosse vera, la nuova fede del povero Prodi aggiungerebbe altri motivi di rovina al suo governo. Il quale però, ed è questa la cosa più interessante, è stato rovinato, come l'Italia in questi mesi del resto, da una totale mancanza di vera, sana spregiudicatezza, anche minima. Testardo Prodi e le sinistre hanno rinunciato a quello che sarebbe stato l'esito più ovvio di elezioni vinte così male: un governo di coalizione. Invece hanno voluto insistere negli odi coltivati. Non v'è stato il minimo distacco, né dosi di sana spregiudicatezza. Anche perciò il governo Prodi ha fatto più danni ai comunisti e alle sinistre di ogni altro. È stato un esercizio di noia, un risuscitamento dei centrosinistra peggiori, che ai lavoratori ha dato niente, e infine ha deluso tutti.
E questo l'hanno capito persino le menti non eccelse che in Confindustria e col Corriere si preparano a far fuori Prodi per mettere al suo posto Veltroni. Il quale è stato splendidamente ridicolizzato in tv da Crozza; tuttavia almeno possiede ottusità minore di quella dei prodiani. Ed infatti ha capito che deve sparigliare; almeno provarci, a riconquistare i tassati ovvero, per paradosso, pescare soprattutto in campo avverso. E lo zen di Berlusconi non sarà da meno. Meglio di chiunque mostra d'aver già compreso quanto stanno facendo Cameron, e soprattutto Sarkozy in Francia. Se ne resta in disparte, e però lavora per inglobare, coinvolgere, persuaso con ogni ragione che i guai dell'Italia non siano ormai più riformabili senza l'inglobamento di tutte le energie migliori. Ovvio dunque che egli dovrà anche parlare agli operai, traditi dalle sinistre con gli accordi del ’92 i cui benefici finirono tutti ai profitti, dall'euro e da questo governo. Insomma il futuro per essere più sano, a destra come a sinistra, dovrà rompere con la testarda ottusità ch'è stato il prodismo. E Prodi però, con la sua trovata dello zen, ha avuto almeno il pregio di farcelo capire ancora meglio.
Geminello Alvi