Al premio Campiello si è capito che la cultura non interessa a nessuno

Alla Fenice, dietro una cerimonia elegante, si è vista la crisi del
rapporto tra lo stato "intellettuale" del Paese e una classe politica
indifferente all’arte

Sabato ero al teatro La Fenice di Venezia per la finale del Campiello vinto da Andrea Molesini. E ciò che mi ha colpito, al di là della felicissima cerimonia e della sua regia televisiva, era quel che si vedeva del rapporto in crisi fra lo stato dell’arte, la letteratura, e lo Stato inteso come organizzazione della società e dei suoi valori. Lo scollamento, la polverizzazione di questo rapporto erano più che mai sotto gli occhi di tutti. E poiché non sono un letterato né un critico, mentre assistevo alla cerimonia - con Andrea Camilleri premiato alla carriera che con un tocco lietamente beffardo non si autoescludeva dal premio Nobel mentre le giovani e balbettanti promesse si imbranavano davanti al microfono - pensavo al refrain di questi anni: una crisi economica che diventa sempre di più una crisi intellettuale della politica che castiga alla fine tutti i beni culturali, da quelli archeologici a quelli umani. L’arte infatti è anche un’impresa, abbiamo sentito ripetere, e infatti ecco schierata al completo la Confindustria veneta (con partecipazione della stessa Emma Marcegaglia) che finanzia il Campiello e che crede nella stretta relazione fra produzione di ricchezza artistica e produzione della ricchezza di una nazione.

E dunque mentre si svolgeva la lenta e artificiosa scoperta di chi ha vinto e di chi ha perso, vedevo bene, come tutti, che il vero protagonista dell’evento apparentemente mondano non era la cinquina degli scrittori, ma il legame fra produzione artistica e declino oppure ripresa del Paese. Non ho alcuna intenzione di affibbiare agli scrittori la responsabilità positiva o negativa sulle sorti del Paese, ma al Paese - inteso come organi di governo - la sorte della cultura sì.
Guardavo i volti quasi tutti nuovi o nuovissimi dei concorrenti finalisti, se si fa eccezione per Ernesto Ferrero che ha già vinto uno «Strega», e pensavo che ciascuno di loro scrive per la voglia o la passione di scrivere in perfetta libertà, con propositi, stili e qualità uniche. Così è sempre stato. Quel che varia invece di epoca in epoca, è il rapporto di sfruttamento o protezione o indifferenza che lega o slega gli scrittori dal potere politico. Due esempi arcinoti e tuttavia quasi dimenticati. Il primo: Mussolini, che considerava se stesso un intellettuale, sapeva che nessun potere politico o forma di governo, neanche la dittatura, può permettersi di andare contro gli intellettuali e in particolare gli scrittori, a meno che non sia pronto anche ad ucciderli come fecero Stalin e Hitler. E dunque aveva trovato il modo di metterne parecchi fra quelli ostili discretamente a libro paga.
Con il dopoguerra la lezione si perfeziona: quel genio della comunicazione e dell’uso degli intellettuali che fu Palmiro Togliatti, dichiaratosi erede e interprete di Antonio Gramsci, creò molte case per gli scrittori e quelli che si chiamavano intellettuali organici: il vecchio Pci peraltro metteva del resto bocca su tutte le arti, dalla pittura alla scrittura. Ma il capolavoro di Togliatti fu la creazione per i grandi intellettuali organici, o simpatizzanti, della più sfolgorante, eccellente e nobile delle case editrici: la Einaudi. Fu così aperta la grande stagione in cui gli intellettuali erano non soltanto selezionati, ma ambivano come una promozione artistica essere pubblicati da una casa editrice che svolgeva un fondamentale lavoro anche politico.

Poi, grandi giornali comunisti come il romano Paese Sera producevano cultura organica al partito. Il giornale romano decadde, ma quasi per intero la sua redazione fu assorbita dall’appena nata Repubblica di Eugenio Scalfari che si era presentata inizialmente come un centro di osservazione culturale laico liberale («radical chic» come si diceva molto pigramente) ma che poi assunse sempre più i tratti di una prosecuzione togliattiana in senso molto moderno e felicemente aggressivo anche nelle arti.

Poi doveva arrivare con Berlusconi una rivoluzione liberale che promuovesse finalmente lo sganciamento completo dell’arte dalla politica e tutelasse a spada tratta la sua autonomia proprio perché liberale, e invece si è assistito a una lenta catastrofe. Ed ecco la realtà che vedevo al teatro La Fenice: gli scrittori seguitano a nascere e a morire, chi vende di più, chi meno, con Camilleri che batte tutti con 13 milioni di copie nel mondo.

Tutto apparentemente è come prima, ma nulla è invece come prima. È mancato e manca un rapporto politico nuovo e moderno con la cultura, di cui a quanto pare a nessuno importa granché: sarebbe importante che qualcuno capisse che l’arte e specialmente la letteratura, è sempre o quasi sempre, almeno in apparenza, «di sinistra» perché contiene elementi libertari, antagonisti, aggressività giovanile, invenzione e rottura delle regole. Fare le boccacce ai letterati «di sinistra» perché sono di sinistra è miope e provinciale. E viceversa conquistare il ruolo di difensore delle arti, come hanno sempre fatto i governi francesi di destra, è un salto di qualità politica notevole.

Ciò che si vedeva totalmente assente al Campiello sabato sera non era certo la letteratura dei nostri giorni, non l’interesse del pubblico, ma la presenza attiva e competente di una classe politica che non ha capito nulla dell’importanza della funzione di tutela che dovrebbe svolgere nei confronti delle arti tutte e della letteratura in particolare. Non si trattava solo dell’assenza di un qualsiasi rappresentante di governo mentre la presidente di Confindustria, e giustamente, era presente insieme al gruppo dirigente degli imprenditori veneti. Ma della pesantezza di quell’assenza, della presenza di quell’assenza. Dell’imbarazzo di quell’assenza che non suonava arrogante, quanto espressione di un vuoto.