Il premio Grinzane subito «suicidato» da chi voleva salvarlo

Caro Granzotto, essendo di carattere provinciale e tutto sommato non così interessante, le sarà sfuggita la notizia del furto della «cantina» dell’ex Premio Grinzane il cui presidente Giuliano Soria, finito in carcere, è tuttora oggetto di cure da parte della Procura torinese. Nell’alloggio che fu regno e abitazione di Soria i soliti ignoti hanno sottratto un diecimila bottiglie - conservate in undici locali - di Barolo e Barbaresco per un valore, si dice, tra i 150 e i 200mila euro. Questo furto fa seguito a quello, eseguito qualche mese fa, di un quadro e di molte carte relative al Premio sempre conservate nell’alloggio di Soria. Centocinquanta-duecento mila euro sono una bella cifra considerando che il Premio Grinzane è stato rilevato, previa asta, dalla signora Caterina Bottari Lattes per 336mila euro che si riducevano, se avesse potuto contare sulla cantina, a soli 186mila euro. Furti, arresti, aste plurime e ora la signora Lattes che dichiara di voler chiudere, di far cessare il Premio che ha appena rilevato. Strana vicenda, lei cosa ne dice, caro Granzotto? Non sente puzza di bruciato?
Torino

Puzza di bruciato no, ma un sentore di marciume sì, caro Ferrari. La faccenda che più stupisce è che dopo una combattuta gara per rilevare il Premio con la discesa in campo della più rinomata società culturale e politica (di sinistra) torinese in difesa della «piemontesità» del Grinzane; dopo appassionate prese di posizione (se finisce nelle mani di un non piemontese la Regione non darà più un euro al Grinzane, minacciò la Governatora Mercedes Bresso), al termine di un tira molla giudiziario il premio resta sì in mani piemontesi, ma per essere archiviato. Sostituito, come ebbe a dire la signora Bottari Lattes, con iniziative nel campo della musica e dell’arte. Del premificio di Soria resterà in piedi, a quanto pare, solo il Parco Culturale «Piemonte Paesaggio Umano» che già nel nome denuncia il suo essere una di quelle bischerate, forse la più bischera, che Soria dava in pasto ai gonzi. E sì che il Grinzane Cavour era magnificato come il vertice dell’eccellenza piemontese nel campo della cultura, il fiore intellettuale all’occhiello della Regione che in fatti non lesinava palanche per farlo sempre più ricco e fastoso. E perché le pratiche di finanziamento e dunque la cuccagna non subisse ritardi burocratici o intoppi frutto di incomprensioni, la Regione aveva destinato quale ufficiale pagatore nientemeno che il fratello di Giuliano Soria. A dir il vero, più trasparenza di così si muore.
Sì, il Grinzane è pieno di misteri, ma il mistero più grande resta il suo esser sempre stato testardamente provinciale. Non si spiega infatti perché un premio letterario fra i più ricchi se non il più ricco in assoluto, un premio che veniva assegnato a qualsiasi Nobel gli venisse alla portata, ad autori superstar d’ogni angolo del mondo, un premio che scorrazzava giuria e premiati e ospiti e cari nei più esclusivi alberghi e ristoranti dei quattro continenti, che aveva a disposizione un paio di Castelli e una cantina con 10mila bottiglie di Barolo e di Barbaresco, non avesse eco, non avesse «visibilità» al di fuori dell’asse Torino-Asti. Non dico un palermitano o un romano, ma nemmeno la classica casalinga di Voghera, che pure è a due passi, ne ha mai saputo niente. E questo quando la causale del contributo monetario corrisposto dalla Regione era che con il suo dispendioso daffare il Grinzane esportava, in patria e nel mondo, «l’idea del Piemonte». Lo stesso Piemonte che dopo averlo difeso con le unghie e i denti, ha deciso di suicidarlo.