Il premio di maggioranza costringe a dire sì

La babele di dichiarazioni dentro e fuori il centrodestra sul Partito della Libertà è davvero bizzarra perché - in larghissima parte - non tiene conto dei dati istituzionali. Sembrerà un paradosso ma, alla fine della fiera, proprio Berlusconi - ma Bossi non è da meno - sembra l'unico a tener presente quel che può accadere nei prossimi mesi.
Alle finestre dei partiti giunge il ticchettìo di una bomba a orologeria: il referendum sulla legge elettorale. E proprio questo sinistro rumore agita il sonno dei piccoli partiti, mentre alimenta le aspettative di quelli grandi. Entro il 10 febbraio la Corte Costituzionale deve pronunciarsi sull'ammissibilità di un referendum che alza la soglia di sbarramento e riconosce il premio di maggioranza non più alla coalizione vincente ma al partito che prende più voti. Risultato: riduzione della frammentazione, fine del potere di veto dei piccoli partiti, governabilità. Ai cespugli - di destra e di sinistra - questo meccanismo ovviamente non piace, perché per non venir cancellati si troverebbero costretti a confluire in una formazione unitaria. Il problema è che né a destra né a sinistra si trova un accordo per riformare la legge elettorale e sventare il referendum, poiché i partiti minori esigono una legge che li metta al riparo dall'estinzione e quelli più grandi non vogliono trascorrere altre legislature a barattare qualsiasi provvedimento. Stallo totale.
La situazione è ancor più spinosa a sinistra. I soci di minoranza del governo hanno in mano l'arma della crisi: è una pistola puntata alla tempia dei fondatori del Partito Democratico affinché non s’azzardino a votare leggi spazza-cespugli; e rappresenterà il napalm nell'imminenza del referendum per farlo sospendere. La consultazione popolare, infatti, dovrà tenersi fra il 15 aprile e il 15 giugno, ma verrebbe sospesa e rinviata quantomeno di un anno in caso di scioglimento anticipato delle Camere. Eccola, la doppietta nascosta dietro i cespugli dell’Unione.
Che c'entra tutto questo con il Partito della Libertà? C’entra, c’entra. Prima Bossi, poi Berlusconi ieri parlando del Pdl hanno rilanciato ambedue, guardacaso, il dibattito sulla riforma elettorale. E qui il «Berlusconi movimentista» diventa il «Cavaliere politico». Gli interessi di Bossi e Berlusconi sul tema non sono coincidenti, tuttavia avanzano in tandem, sono un po’ come le «convergenze parallele» di un tempo. Bossi come un rabdomante fiuta la vena e cerca il vantaggio dal marasma del centrosinistra e dai disegni di Berlusconi. Il quale, a sua volta, vede che l’autunno di Prodi s’annuncia al calor bianco: legge finanziaria, riforma del lavoro, intercettazioni, primarie del Partito Democratico e, dulcis in fundo, riforma della legge elettorale. Troppa carne al fuoco, ma in verità è l’ultimo punto, il sistema di voto e il referendum, a rappresentare lo scoglio più pericoloso per il governo. Nonostante le pulsioni suicide non manchino, un conto per i partiti è battersi fino alla morte per gli «ammortizzatori sociali», un altro è far di conto con il pallottoliere sui seggi che si possono conquistare, o perdere, con una legge elettorale alla spagnola, alla tedesca o all’amatriciana. Il referendum è una spada di Damocle per tutti. Gli esperti direbbero che la faccenda è ormai «incardinata» nell’agenda politica: ci sono le scadenze, gli effetti sono noti, ma le contromisure sono tutte ancora di là da venire.
Berlusconi dice di pensare al Partito della Libertà «per il futuro». Ma il futuro comincia il 10 febbraio... Perché dovesse essere il referendum a partorire il nuovo sistema elettorale, a sinistra son già quasi pronti con l’ombrello del Partito Democratico, ma nel centrodestra sono ancora in piena crisi della Casa delle Libertà. Con «quel» premio di maggioranza, a quel punto, nessuno potrà dire di no a un Partito della Libertà.
Mario Sechi