Premio Paganini, Francesca s’è fatta attendere 47 anni

L’italiana Dego in finale con altri tre violinisti al concorso internazionale

«Sono di tre nazionalità diverse, ma soprattutto sono quattro individualità ben distinte e definite, grandi personalità e sensibilità interpretative, così differenti tra loro, ma indiscutibilmente tutte ad un livello artistico molto alto».
Così il grande Zachar Bron, presidente della giuria di questo 52° Premio Paganini, ha presentato ieri i giovani finalisti del concorso violinistico tra i più noti al mondo, arrivato anche quest'anno alle battute conclusive.
Stefanie Jeong, 21 anni, Stati Uniti; Sean Lee, 21 anni, Stati Uniti; Evgeny Sviridov, 19 anni, Federazione Russa; e, dulcis in fundo, Francesca Dego, 19 anni, di Lecco, nostro fiore all'occhiello, se un po' di campanilismo è lecito in questi casi. Anche perché, scorrendo le pagine del «Who's Who» dei dati del Premio dal 1954 ad oggi, per trovare una donna italiana premiata alle finali, bisogna arrivare al 1961, con Bice Antonioni quarto premio ex equo con la concorrente francese.
«Sono molto orgogliosa di essere un palcoscenico del genere - la Dego, elegante, schiva, si è già sottoposta ad una serie di servizi fotografici con il suo inseparabile strumento - Sento parlare del Premio Paganini da quando sono bambina, e da quando studio è sempre stato il mio sogno nel cassetto. Adesso sono qua, e va già benissimo così, indipendentemente da come andrà a finire». E noi ci speriamo, quasi quasi, in una vittoria tutta nostra.
Ma passiamo a qualcosa che in effetti lascia perplessi; quattro finalisti sono davvero pochi, anche qui bisognerebbe scorrere molte pagine, prima di ritrovare una situazione simile.
Perché? Forse il livello è calato in questi anni e i candidati idonei sono sempre meno? Può darsi, fatto sta che i finalisti di questa edizione, loro sì, sembrano proprio essere perle rare, svettati da un fondo alquanto «piatto».
«Ancora con tanta strada da percorrere, ma alle soglie senza dubbio di una promettente carriera, viste le capacità esecutive ed interpretative», se vogliamo usare le parole di Giulio Franzetti, uno degli esponenti italiani della giuria.
Ma veniamo alle prove. Dopo aver superato le esecuzioni a solo - tra cui lo «scoglio» Bach, i «Capricci», la sonata di Ysaÿe e il brano contemporaneo di Fabio Vacchi, appositamente commissionato per la presente edizione - e quelle con il pianoforte (concerto di Mozart e Sonate), i finalisti si preparano ora alla temutissima prova decisiva, domani e domenica pomeriggio (ore 15) sul palco del Carlo Felice, accompagnati dall'orchestra del Teatro diretta da Christopher Franklin. In programma il concerto 1 in re maggiore di Paganini (per tutti), per il primo anno eseguito interamente (gli anni precedenti prevedevano solo il primo tempo); il concerto in re maggiore di ?ajkovskij (Dego, Sviridov), il concerto in re maggiore di Brahms (Jeong, Lee).
«I concorrenti hanno affrontato le prove con grande maturità - Zachar Bron non lesina lodi - Per quanto riguarda il pezzo contemporaneo, poi, che riserva sempre sorprese, ho ascoltato interpretazioni che mi hanno colpito, proprio perché diverse da quella che avrei dato io. Mi congratulo con tutti loro per come hanno suonato, ma soprattutto per la forza che hanno avuto e che avranno nell'affrontare una prova così difficile, sia dal punto di vista artistico, che da quello emotivo».
Intanto si discute già della prossima edizione, e nei prossimi giorni il Comitato Artistico dovrebbe lavorare al bando di concorso per il 2010. «Solo progettando e ufficializzando con il dovuto anticipo l'edizione successiva possiamo definire il Premio a cadenza biennale - sostiene Roberto Iovino, vice direttore artistico - altrimenti abbiamo un concorso biennale, ma con un'organizzazione annuale, che non ha senso. Stiamo dandoci da fare anche per questo».