Un premio di peso dopo troppi anni di scelte discutibili

Gli accademici di Svezia sono abituati a sorprenderci. Ci sorpresero un poco tirando fuori come prestigiatori dal cilindro del Nobel, il più importante premio del pianeta, nomi di scarsissima notorietà, o anche di discutibile spessore, sino ad arrivare l’anno scorso alla Jelinek, incoronata da una gloria che non disse niente a nessuno, forse neppure a lei stessa. E quest’anno ci sorprendono invece per aver invertito decisamente la rotta. Ecco che con Harold Pinter rispunta un autore di quelli che hanno fatto epoca, la cui opera ha segnato generazioni, la cui presenza è viva nella memoria di tutti noi. Insomma, gli accademici di Svezia ritornano a proporci un Nobel forte, un Nobel di peso.
Qualcuno potrà amare di più, qualcuno di meno il grande drammaturgo inglese: ma Pinter era già comunemente considerato «grande» prima di ricevere il Nobel, cui tocca ora ufficializzarne il valore e rendere ancora più vasta la sua fama. Pinter ha esordito giovanissimo, e per un effetto prodotto da questo esordio così precoce, oggi lo pensiamo un vegliardo: in realtà ha soltanto 75 anni. Ma quando irruppe sulla scena inglese con La stanza, nel 1957, ne aveva solo 27. Erano anni fervidi di rinnovamento per il teatro in Inghilterra. L’anno prima era stata rappresentata, vera e propria bomba nelle acque calme della scena londinese, Ricorda con rabbia di John Osborne. Si disse che nei dialoghi incattiviti, introversi, sboccati e teneri dei due protagonisti della commedia l’esistenzialismo di Sartre avesse varcato la Manica, per la prima volta. Per me, adolescente appassionato di teatro, fu una scoperta entusiasmante di quelle che segnano. Poi venne Pinter. Credo d’averlo incontrato per la prima volta sulle pagine di quelle riviste di teatro che esistevano allora, Il dramma, Sipario, sulle pagine delle quali era possibile anche a un ragazzino che abitava nella provincia ligure sognare i palcoscenici di tutto il mondo. La prima cosa che lessi di Pinter fu Il calapranzi, o Il guardiano, entrambi del 1960. Ne ricevetti, anche lì, un’impressione indelebile. In Pinter, c’erano forse lo stesso sconcerto generazionale e la stessa angoscia di solitudine che in Osborne. Ma in Pinter andava oltre. Chi leggeva i dialoghi del Calapranzi non poteva non pensare immediatamente al «teatro dell’assurdo» che aveva dato vita in Francia alla forse ultima decisiva stagione del teatro occidentale. Le atmosfere erano quelle: le pause di silenzio, le battute stralunate, gli scarti improvvisi che portavano la realtà a mostrare le proprie crepe, e a diventare man mano il proprio contrario, sino a prendere alla gola il lettore, lo spettatore, con uno spasmo di irrealtà e di nulla. Ma Beckett e Ionesco avevano una profondità metafisica a cui Pinter non sembrava potere o volere arrivare. Del resto, Beckett era un irlandese che aveva scelto di scrivere in francese, Ionesco un romeno, come Eliade e Cioran. Pinter veniva da una cultura meno filosofica, più pragmatica come è sempre stata quella anglosassone. Usava Kafka, ma ne attenuava la valenza di disperata religiosità. In realtà Pinter, che scrive in una lingua il cui massimo poeta, Shakespeare, è un uomo di teatro, ha il tempo, il senso, il ritmo della scena nella scrittura. E non è un caso che la buona parte della sua carriera l’abbia poi svolta come autore radiofonico, televisivo, e come collaboratore di registi di prima grandezza, come Joseph Losey, l’autore di Il servo e Messaggero d’amore.
In definitiva il Nobel premia quest’anno, finalmente, una grande figura e una grande tradizione. Il teatro, che oggi attraversa una crisi terribile di innovatività e che rischia di essere espulso dal corpo della cultura per diventare soltanto evasione, gioco divistico, improbabile coda commerciale di cinema e televisione, è sempre stato il termometro dello stato di salute di un popolo e di una lingua. Negli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, Pinter, con John Osborne, Arnold Wesker, Tom Stoppard, ma con più incisività intellettuale, fu protagonista di una grande stagione di teatro europeo, che raccontò la solitudine, l’assurdo, la crisi di significato del nostro linguaggio, della nostra società e delle nostre esistenze individuali. Ricordo bene con che vago senso di angoscia uscii adolescente dalla lettura del Calapranzi. Ma ricordo anche la gioia rabbiosa che mi diede scoprire che quell’assurdo diventava «teatro», creazione, espressione condivisa: e scoprire che l’arte è sempre conoscenza e riscatto.