Prendere i killer, priorità per il Paese

di Salvatore Scarpino

Fughe che ci fanno arrossire: a Milano due nomadi slavi hanno intenzionalmente investito e ucciso un vigile urbano Niccolò Savarino. Il loro disprezzo per la legge e per gli inquirenti sarebbe stato testimoniato dal fatto che per almeno due ore dopo il delitto sono rimasti sul posto, a bordo del Suv del quale si erano serviti per il barbaro omicidio: il corpo del povero vigile urbano insieme con la bicicletta è stato trascinato per circa trecento metri.
Gli assassini hanno avuto la freddezza di seguire dalla cabina del mezzo tutte le operazioni di vano soccorso e i movimenti dei poliziotti e carabinieri accorsi sul posto, impegnati nelle prime fasi della indagini. I criminali sono noti alle forze di polizia, sono due nomadi di origine slava che hanno messo insieme fedine penali da far paura. Sono responsabili di truffe anche per valori ingenti. Hanno avuto il tempo di abbandonare la bicicletta della povera vittima non lontano dal luogo del delitto, poi hanno mollato il Suv sul quale gli inquirenti hanno trovato le tracce inequivocabili del crimine. Adesso i due nomadi (dei quali la polizia sa tutto, ha le foto, nomi e precedenti) sono in fuga, vanamente inseguiti dalle forze dell’ordine.
Gli inquirenti lamentano che l’indagine sarebbe stata danneggiata da una fuga di notizie, ma non è questa la fuga che ci preoccupa, ci siamo abituati da tempo, ci preoccupa la fuga dei banditi, che restano imprendibili al pari dei due nordafricani che a Roma appena pochi giorni fa hanno assassinato per rapina un commerciante cinese e la figlioletta di pochi mesi. Come Paese civile ed europeo queste fughe non possiamo permettercele, diffondono una psicosi terribile di insicurezza e di paura.
Le nostre forze dell’ordine non sono da meno rispetto a quelle di altri Paesi occidentali, anzi sono fra le più preparate ed efficienti. Ma sembra che in questi giorni l’apparato sia un po’ anchilosato, incapace di esprimere al meglio le sue potenzialità.
La fuga per i criminali diventa un richiamo facile, irresistibile. E proprio ieri a Regina Coeli due detenuti di origine slava sono fuggiti col metodo classico: hanno segato le sbarre della cella, hanno scavalcato il muro di cinta e si sono calati in strada con le lenzuola annodate. Adesso sono perduti nel ventre della città.
Ma per i cittadini rispettosi della legge è una preoccupazione costante, perché dimostra quanto nel Paese si siano allentate le maglie della sicurezza.
Sembra di essere tornati indietro di qualche secolo. Allora la polizia non disponeva di grandi mezzi: era senza telecomunicazioni, senza elicotteri, senza computer e senza repertorio di impronte digitali. Nella migliore delle ipotesi c’erano uomini a cavallo armati di schioppo che non riuscivano a inseguire i fuggiaschi sui terreni accidentati e fra i boschi, allora più numerosi. La gente si sentiva in balia dei banditi che armati di trombone si piazzavano ai bivi, rapinavano e uccidevano i passanti. È stata questa condizione di generale insicurezza che in talune zone del Paese, dove lo Stato era più assente ha favorito la nascita delle mafie, che si offrivano al cittadino spaventato e inerme come rimedio al disordine e al pericolo criminale.
Oggi noi non siamo in questa situazione, non dobbiamo sopportare «compagnie d’armi» e improvvisati quanto feroci tutori dell’ordine. Avventurarsi fuori delle città allora era un rischio molto alto, ma adesso sembra che sia pericoloso anche muoversi in città, per lavoro o altro.
Questi delinquenti in fuga devono essere assolutamente ripresi: ne va del buon nome del Paese e del rispetto vero della legge. Non possiamo permetterci fuggiaschi, noti alle forze dell'ordine e tuttavia liberi come rondini d'inverno. La sicurezza da assicurare ai cittadini resta uno dei primi impegni dello Stato moderno: nessuno deve dimenticarlo.