Prendete fiato, c’è da soffiare su ottanta candeline

Quattro giorni dopo l’ottantesimo compleanno la Roma festeggia finalmente il genetliaco, atteso dal popolo giallorosso quasi fosse una manna dal cielo. Perché all’ombra del Cupolone l’euforia è stata spesso annichilita sul nascere dalle evidenti difficoltà d’un club incapace di fronteggiare, economicamente parlando, gli squadroni del nord. Si giustificano così gli appena tre scudetti conquistati in otto decenni e quella sfilza di coppe Italia (8 per la precisione) che il cronista Franco Melli, primo fra tutti, definì portaombrelli. La Roma guarda avanti, scavalcando dietrologie e indiscrezioni di mercato che anche ieri hanno infastidito e non poco i tifosi, stanchi di subire la telenovela Chivu senza capire una virgola in più di quanto traspare ormai da un mese e mezzo a questa parte. Meglio parlare della festa e degli ottantamila che stasera abbracceranno la vecchia e la nuova Roma, tecnici e giocatori del passato e del presente che s’uniranno assieme per cantare e gridare a squarciagola romanità e passione a tinte gialle e rosse. I romanisti sono capaci d’esaltarsi per un ottavo di finale di Champions scavalcato a mani basse, vincendo in casa del temuto Lione, salvo perdere la faccia un mese dopo in casa del Manchester United e di essere lo stesso felici. Ma anche questa è acqua passata. Il conto alla rovescia sta per finire. Stasera nella cornice dello stadio Olimpico Francesco Totti sfilerà al fianco di Giacomino Losi, capitano della squadra che vinse la Coppa delle Fiere e Luca Di Bartolomei giocherà al posto del padre, mentre l’attesa già s’e divorata il figlio del capitano del secondo scudetto: «L’emozione è enorme, mi taglia le gambe». Accorrono gli ex, da Pruzzo a Strukely, mentre il dispiacere assale per l’assenza del vecchio e acciaccato mister Liedholm e l’indifferenza s’unisce agli sberleffi per le assenze di chi ha indossato la maglia ma - secondo i tifosi - non l’ha rispettata. Capello, Emerson, Zebina, Carlitos Bianchi, la schiera è lunga. Ma anche in questo caso, i romanisti si dimostrano superiori.
C’è curiosità per sapere se sbarcherà a Fiumicino Antonio Cassano, che dicono abbia trasformato il «Fulvio Bernardini» in una sorta di asilo nido durante la sua permanenza a Trigoria e soprattutto se farà in tempo ad atterrare col volo transoceanico Paolo Roberto Falcao, che per improrogabili impegni rischia di non farcela. L’attesa per questa sera è stata comunque stemperata dalle ultime dichiarazioni di casa-Roma. De Rossi ha manifestato ancora una volta tutta la sua romanità, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, mentre Panucci ieri ha ribadito che «Giuly è un trascinatore vero e che bisogna dargli del tempo a disposizione: poi vi farà vedere di che pasta è fatto». Altro che panchinaro, come ipotizza via etere chi si sente in grado di sostituire Luciano Spalletti. Che sorride al cospetto di tanta magnificenza, consapevole del fatto che una festa del genere non la vivrebbe neanche se allenasse il Real Madrid. Per lui, «Fergusson de noantri», è una vera e propria rivincita nei confronti di chi aveva ipotizzato che sarebbe durato si e no un paio di mesi all’ombra del Cupolone. «S’accendono le luci qui sul palco», cantava qualche anno fa Antonello Venditti, cantautore tanto storico quanto romanista che forse non parteciperà alla festa. In compenso ci saranno Daniele Silvestri e Marco Conidi, cuori giallorossi che hanno ostentato la fede calcistica nei ritornelli delle loro canzoni, così come ci saranno l’immancabile Verdone e nonno Libero, al secolo Lino Banfi, che nel sequel de «L’allenatore nel pallone» non poteva far mancare la presenza del suo beniamino Francesco Totti.
Questa sera non c’è spazio per i gufi. Nessuno si senta offeso.