«Preoccupanti le idee dell’Unione»

L’ex numero due di Viale dell’Astronomia: «Il programma della sinistra è permeato da un pauperismo che non si sposa con il mercato aperto»

Antonio Signorini

da Roma

Il programma dell’Unione non è la ricetta giusta per l’Italia. A parte «qualche cosa di buon senso», nelle 281 pagine stilate dal centrosinistra c’è l’idea di uno «Stato pervasivo», e un «pauperismo» vecchio stile che non può servire a far vincere al Paese la sfida della competitività. Guidalberto Guidi è stato vicepresidente di viale dell’Astronomia all’epoca di Antonio D’Amato. Ora è tornato ad occuparsi a tempo pieno della Ducati energia.
Condivide l’analisi di Montezemolo sullo stato del Paese?
«Io mi sono veramente stupito che il presidente di Confindustria sia stato arruolato dalla sinistra dopo quell’intervista. Io nelle cose che ha detto non ho rilevato né attacchi né valutazioni particolarmente negative sullo stato del Paese. Anzi, ne ho apprezzato la concretezza. Negli ultimi due anni mi era parso di vedere una Confindustria un po’ troppo portata a fare encicliche, troppo concentrata su temi, per così dire, geopolitici. L’intervista evidenzia invece problemi concreti e non mi pare proprio che dica cose comparabili a quelle sostenute dal centrosinistra, anche perché non ho notato nessun attacco al governo. Forse il problema è che in Italia tutto viene vissuto in chiave politica».
Montezemolo ha detto che «l’Italia non va». E sono stati in molti a interpretarlo come un atto di sfiducia verso l’esecutivo di centrodestra...
«Io penso che globalmente, questo governo abbia fatto quello che poteva fare per tenere in piedi il Paese. L’unico appunto che mi sento di fare riguarda il controllo della spesa pubblica. Da un governo di centrodestra mi sarei atteso un’attezione spasmodica alla crescita della spesa».
Quale è l’origine dei problemi dell’Italia?
«Io credo che nascano dal 1970. E quindi non possono essere imputabili a questo governo. Ci siamo trovati in mezzo alla globalizzazione senza reagire. A partire dagli anni Settanta, ci siamo beccati una malattia come quella che un tempo veniva definita il male sottile (la tisi, ndr). Una malattia carsica, nel senso che compare e scompare ciclicamente. Un tempo la curavamo con le svalutazioni, ora, fortunatamente, non abbiamo più questa possibilità, ma non abbiamo fatto tutte le cose che avremmo potuto fare per diventare competitivi».
Allora quale è la sua ricetta per guarire definitivamente?
«Sicuramente non le 281 pagine del programma elettorale del centrosinistra. Me le sono lette tutte. Ci sono alcune cose di buon senso, ma sono permeate dall’idea di uno Stato che interviene su tutto. Un’idea che mi fa preoccupare. C’è un senso pauperistico, cose tipo La Pira o Don Milani, che non possono essere coniugate con il mercato aperto e con la globalizzazione».
Un programma statalista?
«Ci vedo l’idea di uno Stato demiurgo, responsabile della felicità o dell’infelicità di un Paese. Un approccio che mi ha veramente toccato, anche perché io vorrei uno Stato minimo. Io penso che lo Stato dovrebbe intervenire solo agendo sulla tassazione e gli investimenti pubblici. E, purtroppo, in Italia l’unico grande investitore in tecnologia che è rimasto sono le Ferrovie dello stato».
Per quanto riguarda i rapporti con sindacati cosa dice? Anche lei, come Montezemolo, è deluso dal congresso della Cgil?
«Il sindacato è una realtà importante del nostro Paese. E questa importanza se l’è guadagnata sul campo. Però a questo proposito mi ha colpito il candidato premier dell’Unione...».
Si riferisce all’intervento di Romano Prodi al congresso della Cgil?
«Ha detto di ritenere un sindacato forte come una delle precondizioni per lo sviluppo economico. Con tutto il rispetto non condivido. Mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse come si fa ad attirare investimenti con un sindacato come quello che abbiamo qui, con tutto il peso che ha».