Prepensioniamo almeno Pecoraro

Ciriaco De Mita ha preso molto male il non essere stato ricandidato nelle liste del Partito democratico. Non ci sta. Ma Veltroni non ha avuto tentennamenti nel sacrificare l’ottantenne veterano del Palazzo: e ha sottolineato, con tignosa pedanteria, che la permanenza di De Mita nel Palazzo stesso durava ormai da 44 anni e 9 mesi. Insomma poteva bastare. L’anziano notabile della Dc d’antan ha patito l’esclusione come un insulto, ha dichiarato che l’intelligenza conta più dell’età. E a lui, definito da Gianni Agnelli «intellettuale della Magna Grecia» l’intelligenza di sicuro non manca. Bisogna aggiungere che la battuta dell’Avvocato evocava, insieme all’intelligenza, una certa estenuata cavillosità e inconcludenza.
Chi ha ragione, De Mita o Veltroni? Personalmente sono tormentato dal dubbio, anche se l’età m’induce a considerare con benevolenza ogni prorogatio - per usare un termine andreottiano - di vita e di lavoro. L’Italia non si metterà in gramaglie se toglierà il disturbo - ma lui non ne ha nessuna voglia - uno dei tanti «dottori sottili» che hanno affollato la scena politica nella prima Repubblica e che, sopraggiunta traumaticamente la seconda, non si sono rassegnati al passaggio delle consegne. Sono sempre lì, non per ammettere i passati errori, ma per rivendicare discutibili meriti. Lo so, in più d’un momento c’è capitato perfino di rimpiangere non i padri della Patria - vedi alla voce De Gasperi - ma i padrini della medesima. Hanno lasciato ai successori un Paese libero e passabilmente prospero soprattutto perché - impegnati com’erano in discussioni sterili - hanno lasciato fare, sotto l’ombrello protettivo degli Usa, all’intraprendenza dei cittadini. Come Paese possiamo privarci senza patemi d’animo del loro apporto.
E tuttavia il criterio di Veltroni mi sembra burocratico e ingeneroso proprio perché fa dell’essere giovani o dell’essere donne un merito a prescindere. Queste due prerogative - non invece l’esperienza, e la saggezza che in alcuni casi l’accompagna - rappresenterebbero automaticamente un valore aggiunto. Ne dubito. Ho conosciuto personaggi dai capelli e dalla barba bianca che facevano o dicevano o scrivevano insensatezze, e le presentavano come distillati di sapienza. Ho conosciuto giovani - maschi e femmine - palesemente stupidi oltre che presuntuosi. E ho la certezza che rimarrebbero tali anche se campassero un secolo.
Il pensionamento è una misura necessaria soprattutto nell’amministrazione pubblica, dove nessuno ammette mai d’essere inadeguato alla poltrona che occupa. Ma se il politico è rottamato non perché sconfessato dagli elettori o marchiato d’incapacità e disonestà, ma perché ha superato una soglia anagrafica, si ammette con chiarezza che la politica è un mestiere come un altro. E che la si pratica non al servizio della collettività ma per trarne vantaggi economici e un trattamento pensionistico privilegiato. Il mio parere è che i politici devono - o piuttosto dovrebbero - contare per il modo in cui sanno rappresentare e interpretare le esigenze della società.
Se un novantenne fosse capace di ripulire Napoli dell’immondizia - visto che i sessantenni e i cinquantenni non ci sono riusciti - dovremmo scongiurarlo di restare al suo posto fino a che morte lo separi da noi. Invece vedo in giro quarantenni baldanzosi che sarebbe bene pensionare anticipatamente, per toglierceli dai piedi. Vienna tenne in servizio fino all’ultimo il glorioso maresciallo Radetzky, toccò a lui di chiedere umilmente all’imperatore, quando già era sui novanta, d’essere sollevato da ogni incarico. De Mita non è Radetzky e la Roma del terzo millennio non è la Vienna dell’Ottocento, lo so bene. Così come so che altrove - tranne che a Cuba - i politici sono in generale più giovani che da noi. Largo ai giovani e alle donne, dunque. A una sola condizione: che il cambio rappresenti un miglioramento. Via De Mita, se così dev’essere. Ma posso umilmente suggerire che, con un qualsiasi pretesto, anche Pecoraro Scanio venga definitivamente collocato a riposo?