La presa del potere per via giudiziaria, un dramma italiano

Stefania Craxi

È ormai chiaro che la rimozione di Bettino Craxi è il prezzo preteso dai Ds per trattare l'accoglienza degli ex socialisti nelle file del centrosinistra o forse degli stessi ds. Lo ha detto chiaramente il portavoce ds: «L'operato di Craxi è ormai consegnato alla storia».
C'è da capirne il perché se una moderna politica sociale non può muoversi che nell'ambito del pensiero innovativo di Craxi. Credo che molto giochi la cattiva coscienza del gruppo dirigente ds e il non sopito timore della buona coscienza di molti cittadini italiani che non hanno certo dimenticato il modo oscuro, il tradimento infame con cui i post-comunisti hanno guadagnato le loro chance di governo.
È probabile che Violante abbia rimosso dal proprio intimo la trama per cui il senatore Andreotti si è ritrovato di fronte ai giudici e che Fassino e Veltroni si siano convinti che il «buonismo» è una componente importante del pensiero comunista; ma a nessuno di loro si può accreditare l'imbecillità di non sapere attraverso quali manovre, quali menzogne, quali oscure alleanze sono arrivati a distruggere i cinque partiti storici della democrazia italiana. La via giudiziaria al potere non è uno slogan inventato dai giornali; la crisi di governo pretesa da Occhetto quando la Camera negò le autorizzazioni a procedere contro Craxi, il conseguente comizio a piazza Navona e l'infame lancio delle monetine sono fatti registrati dalle cronache dei giornali di mezzo mondo.
Queste cose pesano tuttora come macigni sulla legittimità dei ds al governo della Repubblica. Non tutti hanno dimenticato. E Bettino Craxi ne è il simbolo, il capro espiatorio, la vittima invendicata. Incapaci di fare ammenda, di liberarsi dalla macchia nell'unico modo in cui questo è possibile cioè ammettendo la colpa, affrontando la verità, correggendosi, i ds cercano di distruggere l'oggetto della loro angoscia imponendo ai socialisti, cioè a coloro che più d'ogni altro hanno motivo per ricordare, l'obbligo della dimenticanza, la cancellazione del nome di Craxi, la consegna alla storia di una pagina scritta solo a metà.
Ma condannando Craxi all'oblio, i ds non vogliono solo cancellare la macchia che offusca la loro coscienza e la loro legittimità. Vogliono anche che sparisca ogni pietra di paragone tra il loro presente e il passato socialista, coscienti dell'incapacità di riproporre quella stagione di iniziative, di coraggio e di lungimiranza politica che in quattro anni di governo Craxi ha sottratto l'Italia dalla recessione e l'ha portata fra i Grandi della terra.
Craxi ha avuto il coraggio di dire no al grande Pci di Enrico Berlinguer e alla grande Cgil di Luciano Lama. Ha combattuto a viso aperto ogni estremismo e ha vinto il referendum contro la scala mobile e ha governato col minimo di conflittualità sociale tra tutti i governi italiani. Fassino si tiene stretti i giustizialisti, i girotondini, la sinistra antagonista che pure l'ha cacciato a sputi e spintoni dalle file di un corteo pacifista.
Che i socialisti possano avallare la pretesa alla dimenticanza - una pretesa di stretto stampo comunista - e una politica che più anticraxiana non potrebbe essere, è cosa che mi rifiuto di credere.