Prescrizioni, Unione nel caos «Il premier deve dimettersi»

da Roma

«Nessun colpo di spugna né, men che meno, legge ad personam». Sono solo «incomprensioni». Ma per il senatore della Margherita Pietro Fuda non devono essere questi bei momenti, dopo che è stata confermata la sua paternità del comma 1346 al maxiemendamento con cui si facilita la prescrizione dei processi sui reati contabili. Il procuratore generale della Corte dei Conti Claudio De Rose ha lanciato l’allarme e minaccia un ricorso alla Consulta. L’opposizione grida allo scandalo e ieri Romano Prodi è stato costretto a promettere a denti stretti: «Vi posso assicurare che vi sarà posto ben presto rimedio». Per cancellare l’emendamento Fuda il Consiglio dei ministri si riunirà il 27 dicembre, quando con un decreto verrà abolita la norma sui reati contabili dal momento che non vi sono altre forme possibili di modifica. Tecnicamente la riunione si svolgerà per approvare il decreto di fine anno, ma servirà soprattutto a «porre rimedio» all’ultimo scivolone di questa Finanziaria. Un incidente che rischia di costare caro al governo. La maggioranza si è trovata dunque a votare ieri la fiducia a una Finanziaria con quel comma imbarazzante e incombente, ancora nero su bianco, in attesa del Cdm post-natalizio.
Antonio Di Pietro, il ministro più adirato, ha chiesto «un chiarimento politico all’interno della maggioranza», altrimenti «usciamo dal governo». E il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando, si è spinto più in là: Prodi deve «dimettersi dopo la Finanziaria per imporre alla coalizione un momento di riflessione, confronto e, soprattutto, chiarimento». Deve «aprire formalmente la crisi».
Contro il papà dell’emendamento si è scatenata addirittura la Lista consumatori, il movimento politico che ha consentito l’elezione di Fuda al Senato: la Lista, si legge in un duro comunicato, «censura fortemente l’operato di Fuda». Ma il colpo di spugna sui reati contabili ha creato imbarazzo e fermento in tutta la maggioranza. «Ripeto al presidente del Consiglio: Romano, batti un colpo! - ha esortato il diessino Cesare Salvi in aula prima del voto sulla Finanziaria -. La via maestra per recuperare un consenso dei cittadini è dimostrare che i politici, nel momento in cui chiedono sacrifici agli italiani, siano in grado di realizzare almeno un auto-contenimento, un limite alla nostra ingordigia e alla nostra arroganza». Il senatore dell’Ulivo Nuccio Iovene, che ha controfirmato l’emendamento Fuda, è stato costretto a spargersi cenere sulla testa: «Confesso - ha ammesso - un duplice peccato di leggerezza ed eccesso di fiducia. Ho risposto di sì al telefono a Fuda, senza approfondire». Fuda gli chiedeva «la disponibilità a sottoscrivere un emendamento tecnico, già firmato dal vicecapogruppo dell’Ulivo Zanda». Ma per lo stesso Zanda il comma 1346 «non doveva essere» in Finanziaria perché «la norma è stata scartata nell’istruttoria in commissione e in maggioranza». La presenza nel testo finale è «esclusivamente frutto della concitazione». Zanda ha chiesto in ogni caso al governo «di correggere il testo». La norma «è da eliminare immediatamente», si è unito al coro il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero.
La maggioranza, dice il leghista Roberto Calderoli, «è stata colta con le mani nella marmellata». E An consiglia a Di Pietro di chiamare il suo partito «l’Italia delle prescrizioni». Una rettifica all’indulto contabile «non riparerà il danno», sottolineano invece Alfredo Mantovano e Giulia Bongiorno (An). Perché se il decreto legge di fine anno viene pubblicato in Gazzetta ufficiale prima della Finanziaria «come si fa a cambiare una norma che ancora non esiste?». Se viene pubblicato dopo, invece, «anche solo di un minuto», ci sarà un lasso di tempo che consente ai rei di usufruire «della norma più favorevole», ossia del comma effettivamente inserito nella Finanziaria.