Presentata a Roma, nell’aula Bachelet della Sapienza alla presenza della vedova di Massimo D’Antona, la fiction sul terrorismo Raoul Bova, poliziotto coraggioso anti Br

«Attacco allo Stato» in onda il 21 e il 22 su Canale 5

Paolo Scotti

da Roma

L’occasione è solenne. Come luogo l’aula Bachelet nella facoltà di scienze politiche dell’università La Sapienza di Roma. Come pubblico studenti, laureandi, professori. Come ospiti tre protagonisti autentici degli avvenimenti appena rievocati: Franco Gabrielli - allora capo della Digos; oggi direttore del Servizio centrale antiterrorismo -, Bruno Fortunato - allora poliziotto ferito nello scontro a fuoco che costò la vita all’agente di polizia Petri; oggi pensionato anticipato - e soprattutto Olga D’Antona, vedova del professor Massimo D’Antona, consulente del ministro del Lavoro Bassolino, che le Nuove Brigate rosse uccisero alle 8.20 del mattino del 20 maggio ’99, lungo la via Salaria a Roma.
Non c’è dubbio: per presentare alla stampa Attacco allo Stato (ovvero la miniserie diretta da Michele Soavi e interpretata da Raoul Bova che quei tragici fatti ricostruisce, e che sarà in onda su Canale 5 lunedì e martedì) Mediaset s’è presa molto sul serio. E ha avuto ragione. Al di là della spettacolarità del soggetto, che secondo il tipico stile del produttore Pietro Valsecchi abbina brucianti fatti di cronaca a un piglio narrativo da action all’americana, il valore anche civile dell’operazione è - stavolta - tutto da sottolineare. «Stavolta i fatti da raccontare erano molto, forse troppo vicini. Mancava del tutto la distanza storica - analizza lo stesso Valsecchi - ma d’altra parte l’ammonimento civile che quei fatti ancora oggi ci trasmettono era così urgente da giustificare che li si traducesse in fiction». «E del resto - aggiunge Gabrielli - sarebbe un errore credere che il pericolo Brigate rosse sia cessato. La voglia di rivoluzione è ancora presente e la guardia deve restare alta. Di qui l’importanza di una fiction come questa». «Ed è anche importante - gli fa eco Raoul Bova, che nel film interpreta un poliziotto che riassume in sé i vari funzionari che svolsero le indagini - che Attacco allo Stato venga proiettato nelle università. Perché è anche qui che si forma una coscienza comune contro la violenza; è anche qui che si impara a non dimenticare».
Ma di gran lunga le osservazioni più penetranti sul lavoro di Valsecchi e Soavi (che nella sceneggiatura di Andrea Purgatori parte dall’assassinio D’Antona, ripercorre tutte le indagini, rievoca il delitto Biagi e si conclude con la vittoria dello Stato) sono state quelle della signora D’Antona. «Apprezzo molto l’impegno e la passione con cui si è voluto rendere omaggio a due servitori dello Stato, e nel contempo conservarne la memoria. Certo: le esigenze dello spettacolo portano ad alcune forzature. Innanzitutto bisogna dire che le vere brigatiste non avevano i bei visi di attrici come Sandra Franzo o Alina Nedelea: nella realtà si tratta di persone molto malinconiche e farne personaggi affascinanti può risultare pericoloso. Inoltre il film racconta la dolente reazione della signora Biagi, che accusa lo Stato di avere lasciato solo il marito, senza spiegare il perché di una simile reazione e cioè il rifiuto che il marito aveva avuto alla sua richiesta d’una scorta». Ma su questo punto lo sceneggiatore Purgatori precisa: «In realtà la signora ha assistito a una versione ridotta della miniserie. In quella integrale, che andrà in onda su Canale 5, questo episodio è dettagliatamente raccontato». Come sempre in simili operazioni la percentuale di finzione narrativa è piuttosto alta, perché «in fondo dovevamo riassumere in tre ore quattro anni di indagini». Per evitare possibili reazioni penali, tranne quelli delle due vittime, tutti gli altri nomi, compresi quelli dei brigatisti, sono stati cambiati.