Il presepe, un teatro più domestico che sacro

Pastori, angeli e re Magi si raccontano nel libro-fiaba di Andrea Kerbaker

C’è sempre qualcosa di assurdamente incantevole e bassamente sublime in un presepe, strana ibridazione tra la rappresentazione sacra e le atmosfere casinare che ne accompagnano la preparazione. Un presepe (o presepio, come tanti sono ancora avvezzi a dire) non è mai banale perchè ognuno resta, a suo modo irripetibile: statuine nuove, riciclate, riattate o cassate fanno parte di patrimoni, ricordi, storie di famiglia.
Prestiamo attenzione alla cura usata nel disporre i fondali, osserviamo bene i pezzi ereditati dalle generazioni pregresse, i nuovi ingressi, annotiamo le sempre tetre e malinconiche uscite di qualche attore di gesso o plastica dalla scena, guardiamo le eventuali sberciature, le tracce di sverniciature: risaliremo all’età dei curatori, alle loro predilezioni per arrivare a eventuali traslochi, a nuove nascite, a spostamenti, viaggi. E un occhio attento alle minute cure o alle leggere sciatterie saprà intepretare crisi, euforie, tensioni domestiche. In un presepe, insomma, precipitano il tempo, gli anni, la vita.
Notoriamente, esiste un antico rituale nel rituale: inventare una voce, far parlare, raccontare di sé i vari pastori, pastorelle, bestie e bestiole, buoi e asini, angeli e Magi che assistono, attoniti ed esterefatti, all’evento degli eventi. Andrea Kerbaker, da questo punto di vista, si inserisce dunque in una tradizione popolare ben radicata (Una notte di dicembre. Voci dal presepe, Frassinelli, pagg. 113, euro 12,50). E lo fa con una grazia quasi provocatoria, attribuendo ai partecipanti vicende insolite, confezionando delicate antifiabe, lievi o intensi drammi esistenziali, molti sogni e molti progetti mancati. Microbiografie, possibili metafore della vita di chiunque. Ecco, il pregio pedagogico di questo libro (soltanto in apparenza «leggero» e natalizio) consiste nell’aver saputo riattualizzare una porzione di rappresentazione sacra strappandola alle ossificazioni agiografiche, alle affabulazioni museificate e immobili. E allora pastori, pastorelle, angeli e Magi riproducono una umanità stralunata o malinconica ma, in ogni caso, quasi vera.
Il popolo delle statuine non si rivelerà, alla fine, molto diverso dagli altri popoli: solo più borderline, visto che vive (per qualche settimana di dicembre e qualche giorno di gennaio) all’incrocio di almeno tre universi possibili e comunicanti: nel mondo della scena sacra, in quello di chi la stessa scena la progetta e costruisce, nel vissuto di chi attorno di loro inventa, immagina storie, retroterra, passati. Dunque, un universo plurale e meraviglioso in senso forte il cui emblema è, forse, la vicenda del re mago Baldassarre il quale narrando di se stesso cita la poesia di Eliot Il viaggio dei Magi che ne narra, a sua volta, le peripezie, attuando un gioco vertiginoso di rinvii tra reale e immaginario, fiction e leggenda popolare, vita e letteratura. Un meraviglioso miniaturizzato, quello di Kerbaker: dolce, casalingo ma non per questo meno affascinante e, a volte, perfino lievemente inquietante.