Presi a legnate e in giro Ecco come l'Italia tratta i suoi poliziotti

Poliziotti e carabinieri aggrediti negli scontri di Roma meritano una medaglia. Invece vengono sempre accusati: il rivoluzionario va rispettato, lo sbirro no<br />

Polizia e carabinieri chissà perché hanno sempre torto, qualsiasi cosa succeda è colpa loro. Era così 40 anni fa e nulla da al­lora è cambiato. Cito a memoria. Nel 1969 (mi pa­re) fu ucciso l’agente Annarumma e nelle pole­miche giornalistiche emergeva un concetto stra­vagante: praticamente, il poveraccio se l’era an­data a cercare. Se avesse scelto il suicidio in caserma avrebbe fatto un favore alla Patria. La sto­ria recente d’Italia è disseminata di vittime in divisa che hanno fat­to piangere i connazionali un giorno solo, quello del funerale. L’unico mutamento che si è regi­strato in circa mezzo secolo in ma­teria di ammazzamenti riguarda proprio le esequie.

Il feretro non merita più le lacrime: viene ap­plaudito. Assurdo e raggelante. Andiamo avanti a spanne. Geno­va 2001. Si svolge il G8. I no global salgono alla ribalta e i telespetta­tori ne fanno conoscenza per la prima volta. Brutti, sporchi e catti­vi, questi sbruffoni si rivelano an­che violenti e organizzati: sfascia­no qualsiasi cosa capiti loro a ti­ro, anche teste umane. Il capoluo­go ligure per un paio di giorni si trasforma in un immenso ring. Botte, sprangate, devastazioni. Una camionetta dei carabinieri viene circondata. Dentro c’è un ragazzo di leva, un ausiliario del­l’Arma che rischia il linciaggio. È imprigionato nel veicolo. Un tale che non cito, che poi è stato santi­ficato, ha fra le mani un estintore ed è sul punto di lanciarlo addos­so al carabinierino. Il quale, sen­tendosi perduto, spara e fredda l’aggressore. Invece di dargli una medaglia, lo processano. Per po­co non finisce in galera. Questo per dire che razza di Paese è il no­stro. Le forze dell’ordine in quei giorni di sangue subiscono ogni genere di attacco brutale. Sono massacrate. Perché non reagisco­no?

Vietato. Il manifestante è in­toccabile perché amico della sini­stra. Chi fa casino, purché ne fac­cia tanto, piaceva ai progressisti di ieri e piace a quelli di oggi. Guai a torcergli un capello. Si sa, la me­glio gioventù mena e ha il diritto di non essere menata. Ed è un ve­ro peccato, perché quattro sga­nassoni sono più educativi di un corsivo dell’ Unità . Dopo 48 ore vissute pericolosamente, alcuni poliziotti esausti e leggermente ir­ritati prendono un vasto campio­ne della suddetta meglio gioven­tù e si sfogano su di esso. Un po’ ciascuno a cavallo dell’asino. Non è un bel modo di farsi giusti­zia: è reato. Un reato come quelli dei manifestanti mai puniti. Ai poliziotti però viene riservato un duro trattamento. Tutti in tribu­nale.

Condannati alla prigione. Due pesi e due misure. Da notare che i no global erano volontari e avrebbero potuto starsene a ca­sa, mentre gli agenti erano a Ge­nova perché comandati, e remu­nerati maluccio, come risaputo. Non importa. Il rivoluzionario va rispettato, lo sbirro è uno sbirro e sputacchiarlo è un dovere del pro­­letariato. Di storie così ce ne sa­rebbero mille da raccontare. Ma arriviamo subito a sabato. Carabi­nieri e polizia, consapevoli di es­sere reputati dei paria, presidia­no la piazza con discrezione, qua­si con vergogna, se ne stanno in disparte se non alla larga.

Alme­no, pensano, non diranno che ab­b­iamo provocato i signorini ribel­li. Quando scoppia la baraonda si limitano a contenerla. Non cari­cano. Non sparano. Ne buscano senza battere ciglio se non in ca­so di corpo a corpo. Evidentemen­te hanno eseguito alla lettera gli ordini: guai a voi se fate la bua ai criminali. Stavolta se la sono meritata o no la medaglia? Macché. Giù criti­che. Giù accuse. Insomma, chi in­dossa l’uniforme è un reprobo per definizione. Se interviene per tutelare l’ordine pubblico e repri­mere violenze, sbaglia. Se non in­terviene, sbaglia lo stesso. E allo­ra? I poliziotti sono pagati, poco, per farsi prendere a legnate e per il naso. Cosa vogliono di più? I lo­ro c­olleghi di tutti i Paesi occiden­tali sono considerati colonne del­la democrazia, i nostri compatrio­ti sono carne di porco.